Grecia: e lo chiamano “salvataggio”

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Non è ancora passato un mese da quando, lo scorso 13 luglio, l’Unione Europea ha creduto di scampare al baratro che le si era spalancato davanti con la vicenda greca.

Allora, dopo 17 ore ininterrotte di negoziato e al prezzo di un diktat mortificante imposto a Tsipras, ci si illuse di aver finalmente trovato una soluzione alla quadratura del cerchio: la Grecia fuori da ogni compatibilità economico-finanziaria con l’Eurozona ma dentro l’euro comunque. Sono bastati pochi giorni perché quel “dentro comunque” mostrasse tutta la sua insostenibilità, come hanno cominciato a mostrare le nuove difficoltà nel negoziato per l’ennesimo tentativo di salvataggio e gli schianti successivi della Borsa di Atene appena riaperta.

C’è da sperare che tornino presto dalle vacanze i responsabili politici UE, pronti a nuovi Vertici e, soprattutto, riposati e lucidi per trovare nuove e più durature soluzioni. Nel frattempo si è andata rafforzando e diffondendo la consapevolezza sull’impossibilità per la Grecia di rimborsare il suo debito e sull’inutilità e il costo insostenibile dei continui prestiti, destinati ad alimentare una spirale senza fine.

Presto sul tavolo di Bruxelles tornerà inevitabilmente il tormentone di “Grexit”, quello della prospettiva di un’uscita sempre più probabile della Grecia dall’eurozona, mentre si avvicina il referendum britannico su “Brexit” e la possibile, non ancora probabile, uscita della Gran Bretagna dall’UE.

La storia in Europa si è rimessa in moto e con essa anche la sua geografia: nonostante le frontiere blindate a Ventimiglia e a Calais e i muri in costruzione in Ungheria, i confini istituzionali nell’Unione Europea scricchiolano.
Scricchiolano quelli dell’eurozona, ma anche quelli dell’UE, entrambe tentate di esplorare dimensioni più limitate per sopravvivere ed, eventualmente, rilanciare con più decisione il processo di integrazione.

Se poi la Grecia fosse costretta a uscire anche dall’UE, potrebbero modificarsi anche i confini della NATO, su una delle sue frontiere più calde e sensibili.

Si tratterebbe di cambiamenti ad alto rischio per tutti e non solo per l’euro e l’UE. Probabile, e soprattutto auspicabile, che la soluzione al problema greco sia cercata prevalentemente sul versante politico, prima che a qualcuno venga in mente di cercarla su quello militare, cominciando dall’allestimento di nuove basi nel Mediterraneo, che di tutto ha bisogno meno che di questo.

A un’iniziativa politica sta pensando la Francia di Hollande, con la proposta di un governo economico comune dell’Eurozona, con tanto di Parlamento e bilancio ad hoc. Una proposta sostenuta dall’Italia e che potrebbe interessare anche la Germania, a patto che Schaeuble possa blindarla con un patto fiscale di grande rigore.
Si tratta di orientamenti politici ancora sotto traccia e, soprattutto, insufficienti nel teatro ad alta tensione in cui è finita l’UE, ma utili per disincagliare una barca che rischia di arenarsi.

Sempre che non affondi prima.

 

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