Grecia, culla o tomba d’Europa?

954

Molto ci si è interrogati e molto ci si interrogherà ancora sul destino economico e finanziario della Grecia e non basterà la risposta positiva del ministri delle finanze dell’Eurogruppo a mettere un punto fermo al rischio di bancarotta greco o, come è stato detto, alla “danza macabra” dell’Europa.
Intanto un’altra domanda incalza, anche più drammatica delle precedenti: come ne uscirà l’Unione Europea, già ammaccata da mille sue crisi, da una vicenda che la sta additando come una matrigna crudele – e sempre più impopolare – che lascia morire i propri figli o, almeno, quelli più in difficoltà? Non era nata l’UE per rafforzare la solidarietà tra gli Stati e garantire, anche per quella via, la pace sul continente?
Se lo stanno chiedendo in molti e non solo in Grecia dove, alle prossime elezioni anticipate di aprile, è probabile il successo di un voto nazionalista e anti-europeo di opposti colori politici.
La domanda sul futuro dell’Europa non circola solo nei Paesi periferici dell’UE, come Irlanda, Portogallo, Grecia e Italia, in misura diversa, alle prese con serie difficoltà dei conti pubblici. L’interrogativo cominciano a porselo anche i più lucidi tra i tedeschi, che non si lasciano ingannare da una Germania oggi in buona salute, magari anche a spese della Grecia.
Lo ha scritto a chiare lettere Ludwig Greven su Die Zeit del 15 febbraio: “Le ultime notizie provenienti da un’Europa divisa danno una nuova cifra record per le esportazioni tedesche, che superano i mille miliardi di euro. La congiuntura è decisamente positiva, i redditi fiscali aumentano, la disoccupazione diminuisce”, per poi aggiungere: “L’economia tedesca infatti si arricchisce solo perché le nostre imprese fanno affari sulle spalle dei paesi più deboli. Ma in futuro chi potrà permettersi i prodotti tedeschi? Non è la Grecia che approfitta dei programmi di salvataggio dell’euro, ma la Germania. Se infatti la Grecia dovesse fallire, anche le banche tedesche perderebbero miliardi, a scapito dei contribuenti tedeschi. E se si dovesse tornare al deutsche mark, questa moneta sarebbe drammaticamente sopravvalutata. Il costo dei prodotti tedeschi aumenterebbe del 40%, sarebbe la fine del modello tedesco sostenuto dalle esportazioni”. E, infine, la domanda decisiva: “Possiamo parlare della prospettiva di un’Europa unita? La terra di origine della cultura e delle democrazie occidentali, trasformata di fatto in protettorato di Bruxelles…”.
A Die Zeit ha fatto eco, due giorni dopo, da una sponda politica opposta, il Daily Telegraph: “La vita in Grecia, la culla della civiltà europea, è diventata un incubo, ma l’élite europea sembra del tutto indifferente”.
Due opposti e convergenti allarmi: che cosa resta nell’Europa di oggi dei valori culturali e delle prospettive politiche di cui siamo debitori alla Grecia, un debito molto più importante di quello greco oggi da finanziare, e che costituisce grande parte della nostra ricchezza civile e politica?
E’ questo il tesoro che non dobbiamo sperperare se vogliamo salvare le nostre fragili democrazie in via di “commissariamento” e ricostituirle nello spazio europeo, proseguendo a lavorare con più determinazione al laboratorio dell’Unione Europea, inedito esperimento di una “democrazia fra le nazioni”, da associare a un nuovo progetto di Unione, invece di approfittarne soltanto e umiliarle come “pozzi senza fondo”.
Rozze parole, queste ultime, proprio del ministro delle finanze tedesco, toni arroganti che speriamo di non sentire mai più.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here