Giugno caldo per l’Europa

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L’estate non sarà tranquilla per l’Unione Europea e i suoi cittadini.

Il mese di giugno é iniziato con notizie contrastanti: buona quella in arrivo dall’Irlanda con i risultati del referendum sul «fiscal pact», molto meno buona quella giunta dai mercati con lo «spread» alle stelle in Spagna, seguito a ruota da quello italiano.

L’esito del referendum di Dublino era atteso dall’UE con malcelata ansia, dopo l’esito negativo delle due ultime consultazioni popolari su temi europei: non tanto perché un «no» potesse mettere in forse la ratifica dell’Accordo a 25 sul rigore di bilancio imposto dalla Merkel, visto che sarebbe bastato il «sì» di 12 Paesi per la sua ratifica, ma per il segnale negativo che avrebbe significato per la coesione di un’Unione scossa da tensioni come forse mai nel passato.

Ma la risposta degli irlandesi, preoccupati di finire come i greci, non è bastata a rassicurare i mercati che continuano a temere per la tenuta dell’euro, minacciato dalla crisi irrisolta della Grecia e dal profilarsi di una crisi bancaria spagnola che potrebbe contagiare il resto del continente. Se fosse vero, come sembra, che investitori istituzionali si stanno ulteriormente alleggerendo di titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, già abbandonati anche dalle banche, e se queste scelte inducessero le multinazionali ad allontanarsi da questi stessi Paesi, allora la periferia sud dell’UE vedrebbe aggravarsi la sua recessione con una conseguente ulteriore distruzione di posti lavoro. Contagio che sta già lambendo l’Italia, vittima di una decrescita non proprio felice e di un incremento sicuramente infelice della disoccupazione che ormai ha superato la soglia del 10%.

A fronte di questa situazione, nell’UE cresce la tensione tra quanti – come Italia, Francia e Spagna – invocano la crescita, come una volta si invocava la pioggia in tempi di siccità, e la Germania dove continua a piovere sul bagnato – come provano gli ultimi dati sull’economia e l’occupazione tedesche – e dove la Merkel continua ad alternare i suoi ostinati «nein» a strumenti di allentamento della tensione finanziaria, come  gli «euro bond», con dichiarazioni in favore di un’integrazione politica europea. Per i più ottimisti, un’alternanza di atteggiamenti che tradurrebbe un disegno della Cancelliera di ferro, raggiunti gli obiettivi del rigore, di aprire alla solidarietà e rilanciare il cammino verso l’unione politica. Resta da vedere se il precipitare della crisi consentirà questa azzardata politica dei «due tempi», magari utile per depurare l’UE della «zavorra» greca, e non solo, e aprire  la strada verso un’UE a due velocità, con i Paesi deboli lasciati a distanza da un’avanguardia che accelera verso l’unione politica. Se così fosse, l’Italia si troverebbe ancora una volta con il fiatone a rincorrere  il gruppo di testa e a riappropiarsi del progetto originario dell’avventura europea, dal quale si è pericolosamente allontanata negli anni del berlusconismo.

Il fitto calendario di giugno ci dirà in quale direzione stiamo andando. Si comincia il 10 con le elezioni politiche francesi che potrebbero mettere in difficoltà Hollande, poi tutti con il fiato sospeso il 17 per le nuove elezioni greche, il 22 l’incontro a Roma tra i leaders di Italia, Germania, Francia e Spagna e il 28 giugno il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo che, si spera, non rinvii ulteriormente decisioni urgenti, messe sul tavolo dalla Banca Centrale Europea, dal Parlamento Europeo e dalla Commissione di Bruxelles.

Decisioni che aspettano i cittadini europei, preoccupati per il loro futuro e delusi dalla capacità delle Istituzioni europee e dei Governi nazionali di dare risposta ai loro problemi.

3 COMMENTI

  1. Non potrà non crescere la tensione nell’Unione Europea con la politica “dei due tempi” che ci avvierebbe, certamente, verso un’ Europa a “due velocità” che, peraltro, non ridurrebbe nei 27 Paesi i livelli differenziali, socio economici, che dovrebbero essere, gradualmente, riequilibrate mediante solidali finalità di “aggregazione” prevedibili e sostenibili già sottoscritti a Roma nel 1957.

    E, nel 2012, quel “differenziale” aumenterebbe ancor di più nei Paesi più deboli congiunto alle questioni dei “debiti pubblici” che non potrebbero e ne possono trovare soluzioni se dopo l’avvio dei “rigori” non seguisse l’attesa di una graduale “crescita” più che incerta a livello di singolo Paese.

    Questi orientamenti, ormai,sono osservati e considerati dei “limiti” anche da numerosi economisti nel contesto di un mondo finanziario globale che non esclude “speculazioni” e che, queste, potrebbero essere attenuate – ripeto . non soltanto dal singolo Paese, ma definendo – sin da questo mese di giugno – interventi condivisibili e praticabili nella “dimensione europea”,

    Concordo, quindi, che il corrente mese di giugno sarà “caldissimo” perché impegnativo – per ogni Paese – e per le istituzioni europee (BCE, Fondo Salva Stati, BEI).

    Incideranno, certamente, sugli assetti politici francesi e spagnoli, compresi quelli attuali italiani e quelli attesi nel 2013, congiunti alle prossime elezioni greche.

    Tutti “invocano la crescita” ma, contestualmente, dovranno riconoscersi, anche, nella moneta unica europea, con i rispettivi riequilibri di bilancio.

    E’ solo così, coerentemente, accelerando lo sviluppo degli investimenti a “dimensione europea” e considerando che la introduzione dell’euro non è “solo rigore” nel “patto sulla disciplina di bilancio europeo” ma anche garanzia di crescita con un mirato “PATTO EUROPEO” cogente, non da rinviare o limitare nelle incerte “dimensioni nazionali”.

    Nel contempo il Governo Monti dovrebbe favorire, in tempi ravvicinati – con imposta patrimoniale o prestito forzoso a carico delle grandi ricchezze immobiliari e mobiliari – la “riduzione di una parte del debito pubblico” eccedente quel 60% che è accettabile dalla Comunità Europea.

    I Paesi dell’Unione Europea con gli orientamenti che saranno assunti in questo corrente mese di giugno non potranno, a mio avviso, non far progredire – con la moneta unica solidale spendibile – il sostegno alle rispettive economie e con la riduzione del sostegno “assistenziale” – simbolo di povertà – segnalare,concretamente,l’avvio graduale della crescita dei redditi da lavoro produttivo.

    Con l’avvio di queste auspicabili scelte, pur minimali ma convincenti in presenza di una prevedibile lunga crisi, si concorrerebbe a sviluppare e consolidare, contestualmente, sia la “stabilità” che lo “sviluppo” tanto essenziale verso quei cittadini “euroscettici” quanto, necessari e determinanti, per richiamare la “partecipazione” di milioni di cittadini alla costruzione democratica, non solo economica e monetaria ma, essenzialmente, politica degli Stati Uniti de’Europa.
    Donato Galeone

  2. Penso che il grande problema il Italia sia il costo del lavoro troppo alto, una mancanza di immedesimazione nelle funzioni produttive dell’impresa da parte dei lavoratori e del contesto sociale e una burocrazia a volte corrotta ed a volte troppo leg
    ata a leggi inadeguate ed obsolete che non agevolano il sacrificio di chi vuol intraprendere, inchiodandolo all’inattivita’ o alla scelta di altre nazioni dove poter esprimere con più incisività le loro energie. Comunque penso che da parte di qualche lavoratore sia maturata la presa di coscienza che il lavoro é sacro e che bisogna fare di tutto per conservarlo, perfino lavorare più ore al giorno, produrre di più e accontentarsi di uno stipendio adeguato alla crisi del momento. Ci vorrebbe secondo me più coraggio da parte dei Sindacati nel parlar chiaro ai lavoratori visto che dobbiamo battere una concorrenza internazionale che quasi mai é al livello delle nostre evolute regole. Il governo con i Sindacati dovrebbero elaborare e poi promulgare delle leggi che abrogando quelle inutili e dannose precedenti, servirebbero a snellire l’iter burocratico per la realizzazione delle imprese,per la loro attivita’ e per la commercializzazione dei loro prodotti. Gli italiani quando hanno un buon esmpio sono i migiori in tutto, basta che qualcuno questo esempio gkielo dia.

  3. A mio avviso dobbiamo leggere e riflettere compiutamente sulla situazione economica del nostro Paese, nel contesto non solo europeo, per almeno gli ultimi 5 anni e supportati dai dati ISTAT più recenti (Ferruccio Felos – Nuovi Lavori).

    Marzo – Aprile 2012: le retribuzioni contrattuali si differenziano del 2,1% tra aumenti retributivi (+1,2%) e tasso di inflazione su base annua del (+3,3%).
    Nel 2011 il potere di acquisto delle famiglie si è ridotto dello 0,5%.

    Osservazioni e brevi considerazioni: mentre l’ISTAT ci dice che le retribuzioni non reggono l’aumento della inflazione, il rapporto dell’OCSE ci richiama ed evidenzia che, in Italia, la retribuzione media annua nel 2011 è al 23° posto su 34 Paesi.
    Si precisa, inoltre, che in Europa le nostre retribuzioni “AL NETTO” sono la più basse ed “AL LORDO” sono nella media degli altri Paesi.

    Si aggiunge: sono almeno 11 anni che l’Italia “E’SOPRA” la media OCSE di più del 10%, perché è l’effetto della “TASSAZIONE DEL LAVORO DIPENDENTE” che colloca il nostro Paese al 6° posto per tale incidenza.

    Nel concreto, per concludere questo mia integrazione di risposta parziale, la differenza tra quanto paga il datore di lavoro e quanto entra in tasca al lavoratore, al netto delle tasse e contributi sociali è del 47,6%.

    Non è una novità ma si continua anche con il Governo Monti.
    Val a dire: che mentre le retribuzioni contrattuali medie aumentano del 2,2% rispetto al 2010-2011 gli oneri sociali crescono del 2,5% raggiungendo la media annua del costo del lavoro del 2,3%.
    Ecco il “costo del lavoro troppo alto” che continua a crescere!!!
    Donato Galeone

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