Europa tra sogno e bisogno

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Era il 2004, l’Unione Europea aveva appena accolto i Paesi in provenienza dalla dissolta
Unione Sovietica e ci avviavamo a contare una popolazione vicina a mezzo miliardo di abitanti.
In quell’“anno di grazia”, l’UE stava per darsi una Costituzione e aprire con la Turchia il
negoziato in vista dell’adesione e tutto sembrava annunciare tempi felici per il continente.
Lo speravamo in molti e ci credeva con entusiasmo un ascoltato “guru” americano, Jeremy
Rifkin, autore di un libro, un best seller oggi dimenticato, dal titolo perentorio: “Il sogno europeo.
Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno
americano”.
Allora, ma era un’altra era geologica, quel sogno confortò l’Europa, oggi al massimo la riempie
di amarezza per le tante occasioni mancate.
Basta uno sguardo a quanto successo in questi ultimi vent’anni. Nel 2005 Francia e Olanda
hanno respinto al mittente (i Capi di Stato e di governo UE in miracoloso accordo tra di loro) il
progetto di Costituzione, il cammino verso l’adesione della Turchia si è interrotto, il processo di
integrazione dei nuovi Paesi entrati nell’UE ha mostrate spaccature pericolose (come, ma non
solo, in Polonia e Ungheria), la crisi economica a fine del primo decennio del secolo ha fatto
venire meno la solidarietà europea (se ne ricorderà a lungo la Grecia) e dieci anni dopo il
Regno Unito ha salutato la compagnia, ritornando ad essere l’isola che è sempre stata.
Non tutto è andato male: le elezioni europee del maggio 2019 hanno registrato un successo
delle forze politiche europeiste, consentendo un ricambio di qualità ai vertici dell’UE che hanno
saputo reagire bene all’irruzione del Covid e, almeno fino ad oggi, resistere con coerenza
all’aggressione della Russia all’Ucraina.
Ma è destino che per l’UE le sfide non finiscano mai, come è giusto per un’impresa straordinaria
come il processo di integrazione europea. In questi giorni potrebbe essere decisivo, per il futuro
dell’UE, il bivio tra una politica energetica comune e una frantumazione continentale della
solidarietà europea.
I Consigli dei ministri UE che si susseguono in questi giorni, alla vigilia del Consiglio europeo
dei Capi di Stato e di governo del 6 e 7 ottobre, ci diranno molto sugli sviluppi dell’UE o della
china, forse irreversibile, sulla quale la costruzione comunitaria rischia di scivolare.
Dietro il problema tecnico certamente complesso relativo al contenimento europeo del prezzo
del gas, crescono tensioni politiche ad alta intensità. Lo rivelano le posizioni “sovraniste” di due
importanti Paesi fondatori, come la Germania e l’Olanda, per tralasciare la solita Ungheria, che
impediscono ad altri 15 Paesi, tra cui Italia, Francia e Spagna, di raggiungere a proposito del
tetto europeo al prezzo del gas la soglia della maggioranza qualificata, condizione per una
decisione e per garantire una solidarietà europea sul fronte della crisi energetica.
Così dal sogno del passato ci svegliamo angosciati dal bisogno di far fronte al pericolo della
rottura di un’indispensabile coesione politica, logorata negli anni da europeisti tiepidi e da
sovranisti nostalgici del nazionalismo del passato, quello che ha acceso due guerre mondiali.
L’Italia, appena uscita dalle elezioni, ha tutto l’interesse a resistere sulla linea faticosa della
solidarietà europea ed è urgente che lo facciano, almeno oggi, anche quelle forze politiche che
fino a ieri hanno continuato a remare contro l’Europa.
Perché per dare una risposta al bisogno dell’Italia è necessario rilanciare il sogno di un’Europa
unita e solidale.

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