Europa: mappe da rifare

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Storia e geografia sono come due ingranaggi che insieme muovono pezzi importanti di vita e quando si mettono in moto insieme anche la vita, quella politica ma non solo, comincia vibrare.

Accade anche nell’Europa di oggi, in particolare da quando la storia si è rimessa in moto a cavallo degli anni ’90, prima con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e, all’indomani dell’unificazione tedesca, con la frana dell’Unione Sovietica nel 1991. Quei tre anni sono all’origine della nuova geografia politica dell’Europa, che continuiamo a scoprire ogni giorno, e potrebbero imprimere una svolta importante alla sua storia.

Niente di totalmente nuovo nella storia millenaria di questo piccolo e inquieto continente che ha visto di secolo in secolo cambiare i confini tra Paesi e regioni, regni e imperi scomparire, nuove aggregazioni formarsi e mutare nel tempo. Intensa nei secoli la mortalità delle carte geografiche, diventate presto oggetti da collezione da conservare tra cose antiche.

Non andiamo troppo indietro nel tempo, limitiamoci a uno sguardo rapido all’ultimo secolo e a qualche considerazione sugli ultimi trent’anni.

Cent’anni fa la Prima guerra mondiale ha ridisegnato molti confini d’Europa, in particolare nell’area centrale ed orientale; altri confini sono ancora cambiati nel 1945 al termine della Seconda guerra mondiale, con qualche strascico minore ancora negli anni successivi.

La promessa di stabilità dopo i due conflitti mondiali e il lungo periodo di pace che ne è seguito ha però contribuito a distrarci da quanto accaduto nella geografia politica europea negli ultimi trent’anni. Eppure basterebbe un breve elenco per vedere all’opera i due ingranaggi geografia e storia in Europa: la fine della frontiera tra le due Germanie, il ritorno di relazioni ostili nella ex-Jugoslavia esplosa in più Stati, la comparsa pacifica di una frontiera tra la Repubblica ceca e la Slovacchia e, fra un anno – salvo sorprese – la Manica che ridiventerà forse frontiera tra il Regno Unito e il continente, senza dimenticare i confini cambiati in Ucraina con l’annessione russa della  Crimea.

In questa vigilia di voto par il Parlamento europeo, il 26 maggio prossimo, i movimenti geografici avvenuti in questi anni potranno pesare non poco sulla nuova configurazione politica dell’Unione Europea e cambiarne significativamente la mappa politica.

L’uscita del Regno Unito dall’UE, il raffreddamento delle simpatie europee da parte dei Paesi nordici, l’indebolimento del motore franco-tedesco, la difficoltà di alleanze sul versante meridionale dell’UE e l’aggressività euro-ostile dei Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca), a cui si avvicinano Austria e l’Italia dell’attuale governo verde-giallo, saranno altrettanti fattori di cambiamento nel prossimo emiciclo di Strasburgo.

Finora la guida politica del Parlamento europeo era stata condivisa  stabilmente dal Partito popolare europeo insieme con il Gruppo socialista ( oggi “Alleanza progressista Socialisti e Democratici” – S&D), che si alternavano alla Presidenza del Parlamento,  confortati da un’ampia maggioranza. Domani entrambe queste forze politiche potrebbero perdere terreno in favore di formazione conservatrici di destra – se non anche di estrema destra – aumentando il peso di una forte componente euroscettica, probabilmente non in grado di dare vita a una maggioranza coesa, ma facilmente in grado di bloccare i lavori del Parlamento, da sempre motore del processo di integrazione europea.

Per l’Europa è in gioco il futuro: a deciderlo saranno i cittadini elettori.

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