Elezioni in Israele: un risultato inatteso

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Era dallo scorso mese di ottobre, dopo lo scioglimento della Knesset, il Parlamento unicamerale di Israele, che si seguiva con una certa rassegnazione una campagna elettorale dando per scontata la vittoria di Netanyahu e del suo partito, il Likoud, e del Partito dell’ultranazionalista Avigdor Lieberman, Israel Beiteinou (Israele, la nostra casa). Le elezioni politiche del 22 gennaio scorso hanno invece portato a risultati inattesi ed in primo luogo ad un vero indebolimento, se non  addirittura una sconfitta, di tale coalizione. Insieme ottengono 31 seggi su 120, mentre nelle scorse elezioni del 2009, divisi, ne avevano ottenuti 42. Escono invece rafforzate le forze di centro e di sinistra.

Eppure, era stato lo stesso premier Netanyahu a voler sciogliere anticipatamente la Knesset per poter ottenere, con nuove elezioni, una maggioranza più solida a sostegno delle sue priorità di governo e cioé economia, austerità e sicurezza del Paese, in particolare nei confronti dell’Iran.

Le cose sono andate diversamente sotto molti aspetti : una maggiore affluenza alle urne rispetto al 2009, compresa quella dei cittadini palestinesi israeliani, una campagna elettorale della destra basata essenzialmente sulla paura che non ha portato i consensi previsti, la discesa in campo di un nuovo e recente partito di centro, Yesh Atid (Esiste un futuro), guidato dal giovane Yaïr Lapid che ottiene ben 19 seggi e diventa la seconda forza politica del Paese ed infine, un centro sinistra che, sebbene frammentato, esce rafforzato  dalla competizione elettorale.

Un nuovo quadro politico che evidentemente mette in difficoltà i programmi politici di Netnayahau,  che dovrà comporre con altre forze più moderate e alle quali i cittadini israeliani hanno dato la loro preferenza. Sono in particolare le voci di una classe media sempre più in difficoltà, che si erano fatte sentire nelle manifestazioni del 2011 e 2012 con il movimento degli « indignados » con una domanda di più giustizia sociale, più equità, più opportunità economiche. Un movimento che sembrava rientrato, messo in sordina, ma riapparso con tutta la sua forza per andare a votare e per dire no alle politiche rigoriste e di sicurezza di una destra che non offriva grandi speranze per il futuro. Molti dei loro voti sono andati a Yesh Atid, un partito con il quale Netaniyahu, molto probabilmente, dovrà comporre una coalizione di governo, possibilmente« la più larga possibile » e temperare le sue intransigenti posizioni sia sulla scena nazionale che internazionale.

Infine, se da una parte, la paura di una guerra contro l’Iran non ha avuto presa sull’elettorato di Israele, dall’altra la soluzione del conflitto israelo-palestinese non è praticamente entrata nella campagna elettorale. Appena evocata da Yaïr Lapid in favore di una ripresa dei negoziati, ma senza concessioni sul rientro dei rifugiati e sulla divisione di Gerusalemme Est, poche sono le speranze per un dialogo di pace in favore di una soluzione a due Stati. La frammentazione politica che caratterizzerà  la probabile nuova coalizione di Governo di centro destra non sembra alimentare questa speranza, ma sembrerebbe piuttosto fattore di immobilismo e di statu quo. E sul tema, per il momento, Europa e Stati Uniti mantengono la loro prudenza di fronte a questa nuova e inattesa debolezza di Netaniyahu.

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