Elezioni europee

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àˆ andata più o meno come previsto sia per quanto riguarda l’ulteriore caduta di partecipazione al voto europeo che per le scelte politiche di chi alle urne ci è andato. Nonostante l’incalzare della crisi e la sua evidente dimensione internazionale, nonostante che le maggiori sfide incombenti – dalla disoccupazione alla povertà  , dall’energia alla ricerca, dall’immigrazione alla pace – esigano risposte almeno continentali, i cittadini europei hanno in maggioranza disertato le urne, privandosi del diritto di dire quale Europa vogliono e privando l’Europa di una più forte legittimità   che le avrebbe consentito di affrontare meglio attrezzata le sfide del momento.
A chi attribuire la responsabilità   di una così grande «distrazione di massa»? Come da antico e diffuso copione, gira una risposta quasi unanime: la colpa è degli altri.
Per Bruxelles la responsabilità   è della classe politica nazionale che, a sua volta, rispedisce al mittente l’accusa, imputando all’Europa poca efficacia e incapacità   a comunicare. Tutti insieme d’accordo per girare l’accusa agli strumenti di comunicazione, televisione in testa per poi accordarsi a sparare nel mucchio accusando indistintamente i parlamentari europei «fannulloni» e la poca rilevanza dell’Assemblea di Strasburgo.
Che quest’ultima accusa sia fondata lo possono pensare solo chi ignora che la stragrande maggioranza delle normative che regolano – o dovrebbero regolare – la nostra vita quotidiana ci vengono, direttamente o indirettamente, dal Parlamento europeo.
C’è del vero e molto nell’accusa rivolta ai cosiddetti grandi «media», in particolare quelli televisivi che, in molti Paesi UE con l’Italia in testa, impazzano per cronaca nera e gossip e si dilettano sui retroscena della politica interna riservando poco spazio ai temi internazionali fino a considerare politica estera – da lasciare agli addetti ai lavori – la politica europea, la nostra vera politica «interna» che cresce inevitabilmente giorno dopo giorno.
Potrà   sembrare paradossale, ma è molto maggiore in proporzione l’attenzione che all’Europa vanno dedicando le testate locali che non quelle nazionali, come si avvertisse che il «principio di prossimità  » rivendica per i nostri territori maggiore vicinanza all’Europa.
Ma a quale Europa? Certo non quella della sua complicata burocrazia e nemmeno quella di una sofisticata tecnocrazia che non si sa spiegare o che, peggio, non riesce a dare risposte concrete e tempestive alle preoccupazioni dei suoi cittadini. Come sta avvenendo per la crisi economica in corso dove i ventisette Paesi se ne vanno ciascuno per conto loro o per il dramma umano delle migrazioni e del deterioramento della nostra convivenza civile con la progressiva erosione dei diritti umani fondamentali.
E non serve a contrastare queste insoddisfazioni nà© la protezione che ci sta assicurando l’euro in questa fase difficile nà© la capacità   di contenere i danni che ci viene dalla realizzazione di un mercato unico tra i ventisette nà© la forza negoziale di cui dispone l’Europa nella competizione commerciale globale.
Lo ha dimostrato l’inquietante successo delle molte formazioni euroscettiche o eurofobiche che peserà   sulla futura composizione del Parlamento europeo più di quanto non vi inciderà   la pur rilevante crescita del centrodestra e la severa flessione della sinistra: tutti temi sui quali sarà   bene ritornare quando sarà   più chiara la complicata configurazione dei futuri gruppi politici europei.
E così, in questo clima, si torna a ripetere che manca all’Europa un’anima. Che cosa voglia dire è difficile capire: per qualcuno sono le sue radici e una sua pretesa identità  , per altri un nuovo grande progetto come fu all’indomani della seconda guerra mondiale, per altri ancora una radicale riforma istituzionale che renda l’UE più democratica e più efficace trasformandola in una realtà   federale dotata di un effettivo governo europeo, a cominciare da quello dell’economia
Quello che sicuramente manca all’Europa queste elezioni ce lo hanno detto ancora una volta con chiarezza: sono i cittadini. Cittadini non ancora europei, ma impauriti sudditi di tante piccole o grandi «patrie», incapaci di guardare al di là   dei propri territori – salvo poi agitare lo spauracchio di essere ridotti a «riserve indiane» – e prendere coscienza che non si ferma alle nostre cinte daziarie il mondo che avanza e un futuro che è già   cominciato da tempo.
E allora è di qui che bisogna ricominciare: da una paziente pedagogia che racconti quale disastro sono stati per l’Europa i nazionalismi che oggi stanno rialzando la testa e spieghi ai più giovani in quale mondo stanno già   vivendo senza forse ancora saperlo.
àˆ venuto il momento di prendere sul serio quanto disse Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa, guardando come andava crescendo la sua creatura: «se dovessi ricominciare, ricomincerei dalla cultura».
Un messaggio che in questa nostra Italia dalla democrazia fragile, minacciata dall’incultura televisiva e dalla corsa all’effimero potrebbe essere declinato così: ricominciamo dalla scuola, da quella materna in su. Ci vorrà   tempo, ma l’impresa lo merita: sempre meglio investire nella formazione di cittadini europei che incitare sudditi spinti dalla paura ad alimentare futuri inquietanti conflitti.

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