Diversi da morti perchà© non uguali da vivi

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Dopo aver lasciato alle nostre spalle un secolo di guerre terribili, speravamo tutti in tempi migliori. Purtroppo anche questo millennio è cominciato male, portandosi dietro tutta intera l’eredità   del à¢à¢â€š¬à‹Å“900, dai postumi del colonialismo alle guerre imperiali che hanno solo cambiato teatro, facendo credere all’Occidente che sì le guerre continuavano ma, dal 1945 in poi, non più sul suo territorio.Purtroppo era solo un’illusione, generata oltre che da un cinismo miope anche dall’ingenuità   di chi pensava che nel mondo globale esistessero ancora i confini con garitte e reticolati per proteggerci.
Dagli attentati di Parigi del 1995 a quelli del settembre 2001 negli USA e di Madrid del 2004 fino a quelli più recenti di Londra avremmo dovuto capire che la musica era cambiata e che la guerra – diversa nelle forme ma forse più insidiosa per le nostre società   ormai multietniche – è tornata tra di noi, nelle città  , nelle nostre stazioni ferroviarie e nelle nostre metropolitane. E tuttavia non è sicuro che abbiamo preso compiutamente coscienza di questa realtà  : per rendersene conto è utile un test magari un po’ macabro, quello del «peso specifico» che i molti morti ammazzati hanno per le nostre emozioni e per i media che contribuiscono ad alimentarle .
Fu enorme l’emozione in tutto il mondo per le vittime delle Torri Gemelle a New York, grande sicuramente in Europa per il massacro di Madrid, già   un po’ meno intensa l’emozione per le vittime di Londra, poca cosa infine per le vittime più numerose, praticamente negli stessi giorni, di Sharm el Sheik in Egitto. Per non parlare della poca considerazione per gli infiniti morti quotidiani in Iraq o per lo stillicidio di vittime nei conflitti israelo-palestinese e ceceno fino ai massacri diffusi in molte altre regioni del mondo.
Grande è allora la tentazione di stabilire una graduatoria dell’emozione e della solidarietà   rispetto ai luoghi degli attentati e alla nazionalità   delle vittime. Ai primi posti pesano i morti occidentali per nazionalità   e per il luogo dell’aggressione. Sono i «nostri» morti, uccisi sul «nostro» territorio: come è capitato a loro potrebbe capitare anche a noi che ce ne stiamo al sicuro nelle nostre case. Arrivano in seconda posizione i nostri connazionali (qui gli altri occidentali già   sembrano perdere terreno) morti lontano dalle nostre terre, in luoghi che pure sapevano insicuri e dei quali sottovoce si mormora: «ma che cosa ci sono andati a fare, avevano solo da starsene al sicuro a casa». E infine, maglia nera di questa nerissima classifica, vengono i non occidentali uccisi in terre lontane, stranieri per noi e tuttavia persone ammazzate a casa loro, peggio ancora poi se non sono bianchi e liquidati come vittime di guerre tribali. Ma quale differenza tra il bambino iracheno ucciso nella sua scuola a Bagdad e l’impiegato londinese ammazzato nella sua metropolitana? A ben guardare nessuna, se fossimo davvero convinti che tutti gli uomini sono uguali e che tutto il mondo è il nostro villaggio comune. Ma forse è inevitabile che i morti siano «diversi», visto che anche da vivi «uguali» per noi non erano affatto.

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