Democrazia in pericolo in Italia e in Europa?

1961

Si vanno moltiplicando in questi ultimi tempi le grida di allarme sul futuro della democrazia in molte regioni del mondo, Europa e Italia comprese.

L’ultimo decennio del secolo scorso era stato vissuto all’insegna delle prospettive aperte dalla caduta, nel 1989, del Muro di Berlino e, nel 1991, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica: parve allora a più d’uno che, con la fine della Guerra fredda, si fosse aperta una nuova epoca di pace universale e di nuovo vigore democratico. Furono anni in cui molti eventi sembrarono andare in quella direzione: dalla fine dell’apartheid in Sud Africa a ritrovate democrazie in America Latina. Rimanevano ancora molti Paesi, in Africa e in Asia, lontani da questi approdi, ma si confidava che il movimento avrebbe a poco a poco raggiunto anche quelle regioni.

Nessuna particolare inquietudine aleggiava, all’indomani del 1989, per l’Europa del “disgelo”. Fu un’illusione che durò poco: la catena di conflitti nella ex-Jugoslavia segnalò, fino dal 1991, che anche l’Europa era malata e non bastò nel 1995 l’accordo di Dayton, propiziato dagli USA, a rassicurare gli europei. Pochi anni dopo, nel 2001, l’attacco alle Torri Gemelle di New York suonò forte l’allarme per l’Occidente, che rispose con un’impropria “guerra al terrorismo”, ma sottovalutò pericolosamente i fuochi che covavano sotto la cenere in molte regioni del mondo.

Parvero un segnale in controtendenza – e in parte lo erano – le “Primavere arabe”, in Tunisia, Egitto e Libia, alla ricerca di libertà e nuovi assetti politici. Le ultime vicende di questi Paesi mandano oggi messaggi diversi. Non lontano di lì – e a noi anche molto vicino – la democrazia non fa progressi nell’area israelo-palestinese, non dà segni di vita in Iran e manda crescenti messaggi di morte in Siria.

A molti questi allarmi sembrarono risparmiare l’Unione Europea, al punto che a essa l’anno scorso venne assegnato, meritato in parte, il Nobel per la pace.

Viene a questo punto spontanea una domanda: se esistesse un Nobel per la democrazia, quali le probabilità per l’UE e l’Italia di aggiudicarselo?  Se a Oslo non si accontentassero di un esame superficiale, il rischio sarebbe grande di finire nella lunga lista d’attesa dei candidati con poche speranze.

L’UE, perché è ancora lontana dall’avere adottato Istituzioni comunitarie con una solida legittimità democratica e perché, in molti suoi Paesi membri, nazionalismi e populismi proiettano ombre inquietanti sulla tenuta delle democrazie locali, come nel caso particolarmente grave dell’Ungheria, non ancora adeguatamente sanzionata da Bruxelles.

Per l’UE non si tratta soltanto di omissioni. Le missioni della “troika” (Commissione europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) in Grecia e in altri Paesi hanno spesso imposto politiche prive di consenso popolare, i “debiti sovrani” hanno preso il posto dei “ popoli sovrani”, i tecnocrati quello dei politici legittimamente eletti, la politica cattiva di quella buona: una miscela esplosiva che provoca la rabbia crescente dei cittadini e la loro ribellione alla condizione di sudditi.

Purtroppo un po’ ovunque – in Italia in particolare – rabbia e ribellione stentano a tradursi in proposte politiche praticabili, nel contesto di una congiuntura drammatica come quella della crisi in corso, per di più destinata a durare ancora a lungo. Molte promesse elettorali non sono credibili, soprattutto non disegnano una prospettiva di lungo periodo in grado di dare speranze, senza nascondere i sacrifici necessari per far ripartire un Paese che langue, ma dove sono ancora molti i cittadini pronti a impegnarsi per la sua “ricostruzione” e per quella dell’Europa, come avvenne nell’ultimo dopo-guerra.

Per le nostre democrazie c’è aria di vigilia: quella di un domani incerto e a rischio. Manzoni forse ci ricorderebbe anche oggi che “non tutto quello che viene dopo è progresso”.

3 COMMENTI

  1. Dal quadro tracciato si evince che l’Europa perde la democrazia strada facendo. Se l’Europa, come Federazione di Stati, non è realtà democratica non può essere il faro di civiltà per nessuno. A breve è necessario che si ritorni a proporre una Costituzione europea come frutto di un ampia partecipazione dei popoli europei e non di nuove Commissioni. Ti pare? Ciao FF

  2. Luciano Gallino (Globalizzazione e disuguaglianze,2001) ha scritto “se uno stato ha perso il potere di governare la propria economia anche la sua sovranità politica risulterà fortemente diminuita”. Noi siamo ostaggi della finanza globale, come possiamo sperare, in queste condizioni, di poter prendere decisioni e di poter realizzare scelte democraticamente prese?

    • E’ noto quanto la storia insegna.

      Vale a dire, ancora oggi, che è la sovranità politica di uno Stato democratico a “mediare” il governo dell’economia in un “sistema partecipato di democrazia politica ed economica” a tutti i livelli.

      Altrimenti non potrà non rifdursi tanto in Italia quanto in Europa il riconquistato esercizio dei diritti costituzionali degli italiani, cittadini europei.

      Ecco, quindi, la mia condivisione di un “pericolo” della tenuta tanto in Italia quanto nella Unione Europea della “coesione sociale” in presenza, giorno dopo giorno, di crescenti “povertà” famigliari in assenza di “lavoro”.

      Ed ecco, ancora, il sostenere con più estesa convinzione che non sono e non saranno soltanto le “rigidità” di bilancio in assenza di “politiche attive del lavoro” – in una programmazione straodinaria e mirata degli investimenti – che non possono ne potranno “mai” favorire la “crescita economica” di una comunità, congiunta alla “elevazione sociale” dei cittadini italianieruropei.

      Concordo che – oltre il “Nobel per la Pace” assegnata lo scorso anno all’UE – siamo noi – elettori italiani – che a fine febbraio 2013 dobbiamo estendere e riconquistarci il “Nobel per la Democrazia” da esportare – con orgoglio democratico e “proposte coese coerenti” – nella dimensione europea.
      Donato Galeone

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