Del buon uso dell’Europa

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La riforma in corso del mercato del lavoro ha agitato molte bandiere ed è molto più politica che tecnica, contrariamente a quanto si va dicendo per disinnescare il terreno minato che l’attende. Il confronto è cominciato con un dialogo tra il governo e le parti sociali, almeno in questo riparando al fatto compiuto sulla riforma delle pensioni, per concludersi con una decisione poco condivisa e rifiutata oggi da una maggioranza di italiani.

Come allora, anche adesso ci si fa scudo dell’Europa, delle sue raccomandazioni e, visto che funziona, dei rischi che continua a far correre la crisi finanziaria ed economica, occultandone la ricadute sociali e politiche che pure sono sotto gli occhi di tutti.

Prima è stato agitato l’incubo-Grecia; appena questo provvisoriamente sopito, l’allarme si è spostato sul Portogallo, l’altro giorno Mario Monti, a sostegno delle sue riforme, è tornato a evocare il rischio-spread, se non subito in Italia, non lontano in Spagna. Non mancheranno nei giorni prossimi preoccupazioni per altri Paesi e così sarà ancora lunga la lista dei futuri allarmi.

Nell’aria si risente il solito ritornello: “lo chiede l’Europa”. Ma chi in Europa ci chiede di modificare in quel modo l’articolo 18 sul mercato del lavoro? Il Parlamento Europeo, la Commissione, la Banca Centrale Europea, la Germania o, non piuttosto, i mercati finanziari e gli interessi economici che di questi cavalcano le opportunità offerte dalla crisi per guadagnare vantaggi nella competizione globale?

O forse lo esige la Cina dei diritti sociali negati, dove Monti va a vendere il “made in Italy”, invitandola a investire nel nostro Paese?

E se, peggio ancora, l’articolo 18 sui licenziamenti fosse prevalentemente il modo per riaffermare che sul mercato – quello del lavoro compreso – vale la legge del più forte e che, in questa lunga congiuntura di crisi, con rapporti di forza gravemente sfavorevoli ai lavoratori,  i loro diritti possono essere ulteriormente rivisti al ribasso e trattati come merce con relativo prezzo in denaro?

Tanto per tornare all’Europa, non così avviene in Germania dove i sindacati sono correttamente coinvolti nelle riforme e nella gestione del mercato del lavoro e dove il reintegro del lavoratore licenziato non è un diritto negato, quando correttamente esercitato e dove non è un tabù la concertazione come sembra pensare Mario Monti.

Il duello tra governo e sindacati su un simbolo più che su un problema reale, conclusosi con una provvisoria vittoria del primo, non sarà privo di conseguenze.

E’ seriamente minacciata la coesione sociale in un Paese già sottoposto a forti tensioni locali, sembra esitare sulle misure adottate anche il nuovo Presidente di Confindustria, sono in difficoltà le forze politiche che sostengono a fatica il governo sotto le pressioni di ali estreme, populiste per cultura e affamate di consensi facili per le prossime elezioni amministrative, e sono disorientati gli italiani per i quali si riduce vistosamente la fiducia in un governo poco coraggioso sulle liberalizzazioni e troppo severo con pensionati, lavoratori e futuri disoccupati.

Saggio è stato il governo a consentire dibattito e modifiche in merito alla sua proposta in Parlamento, dove c’è da sperare venga migliorato un testo in tante parti innovativo per il mercato del lavoro, ma sull’articolo 18 ingiustamente, e anche inspiegabilmente, punitivo.

1 COMMENTO

  1. Alla Sua domanda:
    “I DIRITTI DEI LAVORATORI POSSONO ESSERE TRATTATI COME MERCE CON RELATIVO PREZZO IN DENARO ?”
    La mia prima risposta, non da oggi, riemerge nella consuetudinaria e nominale parola “LAVORO” collocabile nel “MERCATO DEL LAVORO” che equivale, similmente, al “mercato delle merci” e che, forse involontariamente, colpisce la “dignità della persona” lavoratore e lavoratrice sia giovane che meno giovane.
    In questa visione culturale non stupisce più di tanto, né fa vergogna, il “monetizzare” – con il licenziamento – la cessazione del rapporto di lavoro (proposta Ministro Fornero-Monti) sui “licenziamenti oggettivi o economici”.
    Comprendo, per intenderci meglio, che col “mercato di lavoro” ci riferiamo “metaforicamente” nel dare conto della determinazione di un “salario”, di un “compenso”, di una “retribuzione” – limitati – ai tempi di esecuzione.
    A mio avviso, dovremmo convenire che si tratta della persistenza di una cultura del lavoro tanto antica quanto ancora immutabilmente riflessa anche nella modernità.
    Vale a dire che che non riusciamo neppure a cogliere la “differenza sostanziale” tra un “contratto di lavoro partecipato” tra “persone” ed un “contratto di compravendita” tra “merci”,anche mediante il prevedibile modificato articolo 18 della legge 300/1970.
    Constatiamo che, oltre il 2000, siamo ancora prigionieri di una ideologia che persiste, entro cui il concetto di “forza lavoro” si articola in un “rapporto di lavoro”:
    tanto il lavoratore (che dovrebbe vendere come merce il proprio lavoro) quanto il datore di lavoro – che dovrebbe dare in cambio “salario” – praticano lo “scambio” nei tempi convenuti.
    Ed oggi – per motivi “oggettivi o economici” – il datore di lavoro licenzierà e potrà – se ancora attivo il datore di lavoro – pagare tra 15-27 mensilità di salario, escludendo ogni reintegro di lavoratori.
    Perché la Germania “non nega il diritto al reintegro” del lavoratore ?
    Perché, come a tutti noto, vi è accesso sia alla “contrattazione che alla partecipazione con il lavoro”, quale fondamento della “coesione sociale”.
    Lavoro non similmente mercificato ma “lavoro cogestito” – in gran parte – che non è stato richiesto dall’Europa mentre, l’Italia – Repubblica fondata sul lavoro – disattende, per rispondere al “mondo globalizzato”, alla estensione dell’effettivo esercizio del primario diritto, da tutelare, quale la certezza di lavoro, non necessariamente presso lo stesso luogo di lavoro.
    Conosciamo che la “globalizzazione” richiede “flessibilità” alla domanda di lavoro per la “riorganizzazione dei processi produttivi”.
    Sappiamo che per fronteggiare la “competitività” l’Europa ha richiesto ai Governi Berlusconi re Monti la “moltiplicazione ” dei lavori flessibili.
    Ma attenzione !!
    Ogni riorganizzazione produttiva, per competere, non deve – costi quel che costi – essere sostenuta da un cosiddetto “mercato del lavoro” – pur riformato – mediante una “legislazione sul lavoro” che riduce e non valorizza ma offre a “prezzolata merce” le professionalità dei lavoratori italiani in un contesto europeo e globale di urgenti ristrutturazioni dei comparti industriali, dei beni e servizi produttivi.
    Così “riformando” si creano incertezze sociali.
    “Flessibilità e sicurezza” – quindi – non “insicurezza” crescente per la qualità della vita degli italiani.
    Ecco la “coesione sociale realizzabile” che passa in queste settimane dal Parlamento, migliorando la “riforma legislativa sul lavoro”, per l’Europa che l’attende – con inclusione universale dei lavoratori – nell’esercizio dignitoso personale di un diritto ” il lavoro : non trattato come merce con relativo prezzo”.
    Donato Galeone

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