Crescono le faglie nell’Unione Europea

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Non è una novità che faglie più o meno profonde mettano in tensione la coesione europea al punto che i sismografi politici annuncino di tempo in tempo rischi di smottamenti tra i Paesi UE.

Da un lontano passato abbiamo ereditato divisioni e conflitti che si sono ammorbiditi senza scomparire, come nel caso della faglia orizzontale che,sulla carta geografica, taglia in due l’Europa, tra i Paesi a settentrione e quelli della fascia meridionale. 

I primi a prevalente cultura protestante, con una “economia sociale di mercato”, inquadrata in un sistema di regole tradizionalmente rispettate; i secondi, a prevalenza di cultura cattolica, con un’economia e una società in sofferenza con le regole, comprese le normative prodotte dal legislatore comunitario.

Ridottasi, forse solo provvisoriamente, questa faglia con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si va allargando una faglia più recente, anche se non del tutto nuova: quella verticale tra, a ovest, i Paesi membri UE negli anni precedenti la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e, ad est, i nuovi membri dell’Unione approdati nella comunità nel primo ventennio di questo secolo, in provenienza dalla dissolta Unione Sovietica e con forti presenze della chiesa ortodossa, mentre altri si preparano ad entrarvi, sempre ad est, nel prossimo decennio.

La guerra in Ucraina sta premendo su queste due faglie, non solo tra ovest ed est, ma anche tra nord e sud e il primo a farne le spese è il motore franco-tedesco, da sempre architrave della costruzione europea, cui l’Italia ha spesso offerto un pilastro di appoggio. 

Ne è stato un segnale la decisione tedesca di moltiplicare la spesa militare, modificando un delicato equilibrio tra le due sponde del Reno: da una parte, la forza economica della Germania compensata prima, anche se solo parzialmente, dalla forza militare della Francia, dotata dell’arma nucleare. A questo di è aggiunto l’intervento pubblico tedesco di 200 miliardi di euro per rispondere alla crisi energetica nazionale, con seri rischi di distorsioni sul mercato unico europeo

La spinta aggressiva della Russia sui confini dell’Unione e la prospettiva di un futuro allargamento dell’UE annuncia un possibile spostamento del tradizionale baricentro europeo verso est, favorevole alla Germania, mentre i Paesi confinanti con la Federazione russa guardano con preferenza a Washington e alla NATO per la loro sicurezza: come dire che più si è vicini alla Russia più si è vicini agli USA.

Contemporaneamente lo sciame sismico in corso nella vita politica europea sta scavando un’ulteriore faglia, se non tra governi di centro sinistra e di destra, certamente tra Paesi a vocazione europeista e quelli di orientamento sovranista che, in parte, riproducono la coppia precedente.

Volendo provare ad aggiornare la nuova carta politica dell’Unione europea si conferma la crescita di un’area a tendenza sovranista composta dal tradizionale blocco orientale, Polonia e Ungheria in testa, cui si vanno via via affiancando i Paesi baltici e quelli scandinavi, con il nuovo governo svedese in particolare. Resiste a sud una linea di contrasto al sovranismo in Francia, nella penisola iberica e in Grecia, con il supporto di una Paese federalista come il Belgio, un Paese in cerca di riparo nella casa europea. 

In questa mappa peserà non poco il colore che vi darà il nuovo governo italiano e le sue future alleanze: se con la Francia impegnata alla ricerca di una “sovranità europea”, fortemente contrastata da una forte opposizione in Parlamento, oppure se rianimando passate “amicizie” ad est, con il risultato di fare largamente prevalere la fedeltà all’alleanza atlantica e agli USA rispetto al partenariato europeo.

Con la conseguenza che un eventuale spostamento del baricentro politico ad est coincida con un analogo spostamento di sguardo oltre-Atlantico,  un movimento che potrebbe non dispiacere alla Germania.

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