Coronavirus chiama Europa

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Sono in molti a chiedersi che cosa fa l’Europa per rispondere, almeno sul proprio territorio, al contagio in corso del Coronavirus. Per fare chiarezza è necessario riformulare l’interrogativo: “che cosa può fare l’Unione Europea in materia di sanità pubblica?”.

Alla domanda risponde il Trattato di Lisbona, attualmente in vigore, al Titolo XIV dedicato alla “Sanità pubblica” e declinato in sette articoli.

Si comincia con l’annuncio degli obiettivi da perseguire, partendo dall’impegno di garantire “un livello elevato di protezione della salute umana… intervenendo in materia di “lotta contro i grandi flagelli, favorendo la ricerca sulle loro cause, la loro propagazione e la loro prevenzione, nonché l’informazione e l’educazione in materia sanitaria, nonché la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro le gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero”.

Messa così sembra che potrebbe toccare all’UE in questa drammatica congiuntura affrontare il contagio da Coronavirus. “Toccherebbe” se non fosse che, già in questo primo articolo, si ripete due volte che l’azione dell’Unione “completa le politiche nazionali”, intendendo che è di queste ultime la responsabilità primaria dell’intervento.

Gli articoli seguenti ricordano che l’UE “incoraggia la cooperazione tra gli Stati membri per migliorare la complementarietà dei loro servizi sanitari nelle regioni di frontiera”, favorisce la “cooperazione con i Paesi terzi e con le organizzazioni internazionali competenti in materia di sanità pubblica” (artt. 3 e 4). Il Trattato prosegue indicando come regolamentare i problemi comuni di sicurezza, “in particolare per lottare contro i grandi flagelli che si propagano oltre frontiera…” (art. 5). 

Il Titolo XIV si conclude senza ambiguità con l’art. 7: “L’azione dell’Unione rispetta la responsabilità degli Stati membri per la definizione della loro politica sanitaria e per l’organizzazione e la fornitura di servizi sanitari e di assistenza medica. Le responsabilità degli Stati membri includono la gestione dei servizi sanitari e dell’assistenza medica e l’assegnazione delle risorse loro destinate”.

Non sfugge a nessuno la distanza che separa gli obiettivi evocati dalle responsabilità molto limitate assegnate all’UE in materia di sanità pubblica, ambito riservato allo Stato nazionale. Ma non sfugge nemmeno l’incertezza che simili formulazioni possono ingenerare, come l’oscillazione, per una materia così sensibile, tra le competenze “concorrenti” dell’UE con gli Stati membri e le competenze di “sostegno, coordinamento e completamento”, evocate negli articoli citati. 

Su questo versante l’UE si è mobilitata fin da subito attivando meccanismi di coordinamento per la prevenzione e per una valutazione uniforme dei rischi e intervenendo con significativi stanziamenti di fondi in favore dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), per monitoraggi precoci e contributi alla ricerca sul virus (sull’argomento si veda sul nostro sito la scheda di L. Giordana).

Ciò ricordato, resta ferma l’esigenza di ripensare le competenze dell’UE e agire, già nel quadro dell’attuale Trattato, con una decisione politica condivisa dei governi nazionali in favore di una maggiore responsabilità affidata alle Istituzioni comunitarie in situazioni come l’attuale.

Intanto resta chiara la necessità di maggiore chiarezza nelle attribuzioni di competenze e il loro allineamento coerente rispetto agli ambiziosi obiettivi annunciati, anche per non ingenerare confusione e individuare chiaramente le responsabilità. Senza dimenticare che i grandi problemi del momento, come l’emergenza climatica e quella sanitaria, non si fermano alle frontiere. Vale per l’UE quello che, a proposito dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Sabino Cassese ha scritto sul Corriere della sera: “La sanità globale è un bene troppo importante per lasciarlo nelle sole mani degli Stati, prigionieri di risorgenti sovranismi, e dei servizi sanitari nazionali (che sono necessari ma non sempre sufficienti). La salute è un diritto umano fondamentale, assicurato a livello internazionale”.

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Franco Chittolina
presidente di APICE, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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