Campagna elettorale per le elezioni europee

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Per un bilancio delle elezioni europee ci vorrà del tempo, ben oltre l’esito del voto del 25 maggio. Bisognerà aspettare la formazione dei gruppi politici al Parlamento europeo, l’impatto del voto sulle nuove responsabilità istituzionali comunitarie, dalla Commissione europea alla presidenza del Consiglio europeo, oltre che le conseguenze del voto sugli assetti politici nazionali, da molti più attese che non quelle sul futuro dell’Unione Europea.

Si tratta di un bilancio che andrà chiarendosi solo dopo luglio, quando avrà inizio il semestre di presidenza italiana e, si spera, prenderà forma il disegno di una nuova Unione Europea, ripensata all’indomani della crisi e di una sua inevitabile evoluzione o nel senso di un forte rilancio o di una lenta disgregazione.

C’è però un prima valutazione che già possiamo fare: è quello della campagna elettorale alle sue battute finali, che offre elementi per un bilancio futuro di questa stagione di svolta per l’UE.

A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, va detto che questa volta il tema europeo ha fatto da sfondo al confronto elettorale. Non è una constatazione banale se si ha a mente quanta poca Europa ci fu nelle campagne per il Parlamento europeo del passato. Non solo prima del 1979, quando non esisteva il voto a suffragio universale diretto per l’Assemblea di Strasburgo, ma nemmeno nelle sette tornate elettorali successive, dove di dibattito sull’Europa se n’era visto poco.

A provocare la presenza del tema europeo in questa campagna elettorale è stata sicuramente la crisi che viviamo dal 2009. Quell’anno, con l’esplosione della crisi finanziaria ed economica prima, sociale e politica poi, entrò anche in vigore il nuovo Trattato di Lisbona che affidò un ruolo più forte al Parlamento europeo, spingendo le forze politiche nazionali a confrontarsi con Bruxelles, quando non a subirne i diktat in provenienza da Berlino, ma anche a scaricare disinvoltamente sulle Istituzioni comunitarie responsabilità che non erano solo loro.

Ne ha risentito fortemente l’attuale campagna elettorale che per molta parte ha fatto dell’UE il capro espiatorio della crisi, sfogando rabbia e malessere su istituzioni che solo in parte erano responsabili della mala gestione della crisi e cercando di occultare le responsabilità dei politici nazionali. Un esempio fra tanti: l’attacco allo sciagurato “fiscal pact” e al suo pesante impatto sulle finanze pubbliche italiane. Una critica ampiamente condivisibile, a patto però di non dimenticare che sono stati i governi Berlusconi e Monti a tenerlo a battesimo, con il primo dei due che oggi finge di dimenticarlo.

Così in questa campagna elettorale molto si è abbaiato contro l’Europa e poco si è spiegato come e con chi cambiarla. Si è molto criticato, non senza ragioni, il ruolo di supplenza esercitato dalla Banca centrale europea, ma poco si è detto delle omissioni della politica e dell’erosione della democrazia in Europa. Si è demonizzato il ruolo di Angela Merkel, certo non proprio un’europeista convinta come lo fu Helmut Kohl, ma sicuramente coerente nel suo disegno sull’Europa, molto di più di molti suoi colleghi, ad eccezione forse del poco europeo David Cameron.

Di queste critiche, spesso sommarie e disinvolte, vi è ampia traccia nei manifesti e volantini elettorali che circolano in questi giorni e sui quali sarà interessante tornare per cercare di capire che cosa vogliono i candidati con lo slogan “Questa Europa non ci piace” (a parte per i soldi che potrebbe portare sul nostro territorio) o quelli che strillano di voler “rivoltare l’Europa come un calzino” e urlano “Basta euro”, senza dirci se dopo si passa alla lira o direttamente alle conchiglie. Più simpatici quelli che ci annunciano una “Europa che non ti aspetti”, anche se continuiamo da loro ad aspettarci che ci dicano come sarà.

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