Brexit, promemoria per l’Italia e per l’Ue

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Forse un giorno Unione Europea e Italia dovranno dire grazie alla Gran Bretagna e alla Brexit per la lezione loro impartita. Naturalmente, sempre che da questa lezione imparino qualcosa.

L’UE dovrebbe imparare che la storia dei suoi successivi allargamenti – a cominciare da quello della Gran Bretagna nel 1973 – non sono sempre stati coronati da successi, in particolare quando i nuovi partner hanno infiltrato nel processo di integrazione comunitaria valori e politiche divergenti rispetto al progetto originario degli anni ’50.

Peggio quando sono entrati nella Comunità prima, e nell’Unione poi, senza aderire ai valori di solidarietà, ma solo al mercato e ai benefici dei Fondi comunitari, come sta accadendo con i Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca) e non solo.

Ma restiamo alla lezione della Gran Bretagna per l’Italia di oggi.

Brexit nasce da un regolamento di conti all’interno del partito conservatore britannico e da un azzardo del governo dell’allora Primo ministro, David Cameron, sicuro di vincere un referendum per consolidare il suo potere. Seguì una campagna elettorale manovrata con numeri taroccati sui conti e vincoli dell’UE ed esasperata da un’inesistente invasione dei migranti, addirittura dei turchi alle porte di Londra, come secoli fa alle porte di Vienna.

Cavalcò l’ondata della paura un leader del momento, tale Nigel Farage, amico di Salvini (e per un tempo anche dei Cinque stelle), oltre che di Putin e Trump. Gettò la Gran Bretagna nel caos politico ed economico e se ne lavò le mani.

Gli argomenti usati allora ci ronzano nelle orecchie nell’Italia di oggi: l’Unione Europea origine di tutti i mali, gli eurocrati una casta insopportabile di grafomani, la sovranità nazionale calpestata, il bilancio UE costoso e con ritorni insufficienti e via seguitando.

E adesso, dopo la decisione della Commissione di ieri, anche vittime di una procedura per deficit eccessivo, come ampianente atteso da tutti e anche cercato dal governo italiano al quale adesso non resta – per usare le parole di Salvini – che “aspettare una lettera di Babbo Natale”. Che arriverà con un po’ di ritardo il 22 gennaio prossimo, con l’apertura di una procedura che non sarà propriamente un regalo per tutti noi.

Ma torniamo ai dolori della Brexit. Diversamente dallo sciagurato “Piano B” di Savona & C., soltanto l’attacco all’euro non era tra le munizioni di Farage:  lui doveva vedersela con la sterlina, ultimamente in caduta libera. Ed è la mitica sterlina, non la povera lira.

Brexit vinse con un margine minimo: 51,9% di chi voleva uscire dall’UE contro il 48,1% di chi voleva restare. Tra questi ultimi, in particolare, gli abitanti delle città e i giovani: due protagonisti della nostra vita futura.

Il nuovo governo britannico a guida del partito conservatore, con Theresa May Primo ministro, non volle essere meno radicale di Farage e cavalcò con prepotenza la cosiddetta “Brexit dura”, mancava solo che dichiarasse di voler “spezzare le reni” all’UE e ai suoi burocrati. May ci pensò su nove mesi e il 29 marzo 2017 chiese di aprire la procedura di divorzio, pronta a una trattativa in cui non avrebbe concesso niente o quasi, della serie “non mi muovo di un millimetro”.

E’ andata molto diversamente: si stanno per concludere due anni di negoziato, nel quale il governo britannico, passo dopo passo, ha dovuto cedere praticamente su tutto, confine irlandese compreso (e meno male).

E adesso? Continua la corsa ad ostacoli di una May, azzoppata dalle dimissioni di diversi suoi ministri e alle prese con un voto in Parlamento che potrebbe sfiduciarla. Nell’attesa, l’UE si prepara a un Consiglio europeo straordinario il 25 novembre. Se tutto va bene – e la Provvidenza dà una mano – dopo comincia la via crucis delle ratifiche parlamentari e nulla è dato per scontato.

Intanto il Regno Dis-Unito galleggia come conviene a un’isola che tutto ha fatto da sé per isolarsi ancora di più.

E non basterà all’Italia essere una penisola per non andare a fondo, se si continuasse nella tattica suicida del “muro contro muro”.

Meditate gente, meditate…

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