Brexit: di azzardo in azzardo

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Azzardo: sostantivo, dice il Vocabolario della Treccani, che fa riferimento al gioco dei dadi, a un atto temerario e pericoloso, al caso e alla sorte. C’è un po’ di tutto questo nell’infinita e tortuosa vicenda di Brexit e “azzardo” potrebbe esserne una sorta di filo logico, sempre che qualcosa di logico vi sia in Brexit.

L’azzardo britannico viene da lontano, da quando nel 1960 il Regno Unito, escluso dalla Comunità europea, prese parte all’effimera avventura dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA), per poi entrare nella CEE nel 1973, ma già azzardando un referendum appena due anni dopo, nel 1975, per chiedere ai sudditi di Sua Maestà se  volevano restare nella Comunità europea: allora la sorte volle che rispondesse positivamente il 67,23% degli elettori.

Molti altri azzardi accompagnarono la partecipazione britannica alla Comunità europea e all’Unione poi: tra questi l’ostilità e gli agguati di Margaret Thatcher al percorso di integrazione politica europea fino all’infelice negoziato di David Cameron il quale, nonostante le ennesime discutibili deroghe già ottenute al Trattato UE, si vide bocciare il suo azzardato referendum del giugno 2016.

Da quella temeraria decisione in poi non si contano gli azzardi che hanno punteggiato la politica britannica: dagli slalom della povera Theresa May, intrappolata nella confusione e nelle contraddizioni del partito conservatore, fino all’irruzione al n. 10 di Downing Street di un improbabile Boris Johnson che, dopo aver sottoscritto un accordo con Bruxelles in vista della “secessione” britannica dall’Unione Europea, minaccia adesso di stracciarlo, con una pesante caduta della mitica credibilità internazionale britannica, e dirigersi temerariamente verso una rottura delle trattative.

E’ quanto sembrano dire le sue parole a proposito dei negoziati ripresi questa settimana con l’UE e quanto hanno registrato i negoziatori di Bruxelles ai limiti dell’esasperazione costatando come, a poco più di tre mesi dalla scadenza della procedura di divorzio il 31 dicembre, si annuncino insuperabili alcune divergenze di fondo.

Tra queste l’irrisolto problema delle frontiere tra le due Irlande, cuore esplosivo della controversia tra le due sponde della Manica, insieme con i limiti per le zone di pesca, la mancata intesa sul versante degli scambi commerciali e sugli aiuti di stato britannici che, fuori dalle regole europee, provocherebbero una inaccettabile alterazione della concorrenza.

Tutto questo avviene mentre l’economia e le finanze pubbliche del Regno Unito registrano crolli storici, mentre i Ventisette, per ora uniti e solidali, arrancano alla ricerca di una ripresa a fronte dei disastri provocati dalla pandemia da Covid-19 e mentre si avvicina un altro possibile azzardo, quello che potrebbero rappresentare le elezioni presidenziali americane tra meno di due mesi.

Saggezza vorrebbe che si intensificasse l’impegno a cercare una soluzione prima che altre tempeste si abbattano sull’economia mondiale, quella britannica compresa, o che almeno non ci si impicchi alla scadenza di fine anno, ormai quasi impossibile da rispettare tenuto conto delle necessarie procedure di ratifica parlamentare di un eventuale accordo: sul tema vi è la disponibilità e la pazienza dell’Unione Europea per una proroga della scadenza, cui risponde l’azzardo di Johnson pronto a far saltare il banco a metà ottobre.

Da chiedersi quanto pesi su questa vicenda l’opinione pubblica britannica, pure largamente preoccupata per la prospettiva di rottura, ma anche quanto sia consapevole dei rischi che tutti stiamo correndo l’opinione dei cittadini dei 27 Paesi UE.

E’ vero che il Covid-19 occupa la scena di un presente incerto e difficile, ma anche l’esito dell’azzardo di Brexit potrebbe pesare non poco sul nostro futuro.  

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