Balcani, turbolenze alle frontiere

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Molti gli avvenimenti che si sono succeduti in queste ultime settimane nei Balcani e che confermano l’irrequietezza e le continue tensioni che da sempre regnano nella regione.

In primo luogo, l’11 gennaio e il 25 gennaio scorsi, i Parlamenti macedone e greco hanno rispettivamente ratificato l’accordo sul nuovo nome della Macedonia, che diventa ufficialmente “Repubblica della Macedonia del Nord”. L’accordo, intervenuto nello scorso giugno a Prespa, sul confine fra i due Paesi, mette fine a quasi trent’anni di dispute sollevate dalla Grecia, la quale non aveva mai accettato che la piccola Repubblica avesse lo stesso nome dell’attuale regione greca della Macedonia, a nord del Paese.

Questo accordo, per quanto positivo e, a prima vista, di relativo interesse, nasconde tuttavia in sé una valenza politica non indifferente per la stabilità dei Balcani e per gli interessi geopolitici che si intrecciano nella regione. In seguito infatti a questo accordo e alla sua ratificazione, si sono immediatemente aperte le porte per l’ingresso della piccola Repubblica nella NATO e, a ben più lunga scadenza,  per l’adesione all’Unione Europea. La Grecia infatti si era sempre opposta a una tale prospettiva, condizionando il suo consenso al cambiamento di nome della Macedonia.

I risultati non si sono fatti attendere a lungo. Il 6 febbraio scorso la Repubblica della Macedonia del Nord ha ufficialmente siglato il protocollo di adesione alla NATO e, una volta che tale protocollo sarà ratificato da tutti gli Stati membri, diventerà il trentesimo Paese  membro dell’Alleanza atlantica e il settimo membro nella regione balcanica. Un’adesione decisamente appoggiata dagli Stati Uniti e volta a rafforzare il fianco sud della NATO.

La NATO potrà cosi’ aggiungere un nuovo tassello nella sua progressione verso Est e contrastare in tal modo l’influenza russa nella regione. Un’adesione che avviene tuttavia in un momento in cui le relazioni fra Occidente e Oriente si fanno sempre più tese e in un momento in cui i rapporti fra Russia e Stati Uniti sono sempre più conflittuali, soprattutto dopo la sospensione reciproca del Trattato INF (Trattato sui missili  nucleari a medio raggio).

La reazione della Russia di fronte a  questo nuovo passo avanti della NATO, si è  fatta sentire durante la visita del Presidente Putin, il 17 gennaio scorso, in Serbia. Una visita che ha voluto ribadire non solo i legami storici fra i due Paesi, la loro solida alleanza e il rifiuto di Belgrado di aderire alla NATO,  ma anche il ruolo che la Russia puo’ avere nella sensibile questione dei confini fra i Paesi della regione, in particolare per quanto riguarda l’integrità territoriale della Serbia e il non riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

Ed è proprio in Kosovo che si delinea un nuovo terreno di scontro sul difficile percorso della normalizzazione delle relazioni fra Pristina e Belgrado. La decisione presa nel dicembre scorso da Pristina di creare un proprio esercito regolare ha provocato forti tensioni con la  Serbia, la quale giudica tale decisione una grave minaccia alla pace nell’insieme della regione. La Serbia sostiene infatti che, secondo la risoluzione 1244 dell’ONU, adottata alla fine del conflitto armato negli ultimi anni novanta, la sola forza armata autorizzata a stazionare in Kosovo sia quella della NATO, la KFOR. Quest’ultima pero’ sembra disposta ormai a riconsiderare il suo impegno alla luce della problematica decisione di Pristina.

I Balcani quindi sono di nuovo sotto i riflettori di un’attualità allarmante e in un contesto di significativi  cambiamenti sulla scena geopolitica globale. L’Europa, indebolita al suo interno e in gravi difficoltà per delineare un futuro di stabilità e integrazione, rimane purtroppo senza voce di fronte alle turbolenze che crescono ai suoi confini orientali.

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