Aumentare i redditi e gli investimenti per creare occupazione

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L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL – ILO) ha pubblicato l’edizione 2013 del “Global Employment Trends”, il Rapporto annuale in cui vengono analizzate le tendenze globali del mercato del lavoro.

Emerge un preoccupante aumento della disoccupazione sia nell’ultimo anno (5 milioni di disoccupati in più), sia in prospettiva (un ulteriore aumento di circa 18 milioni di unità è previsto entro il 2018).

Particolarmente colpiti dal trend dell’occupazione saranno i giovani e viene anche segnalato un “intensificarsi della disoccupazione di lungo periodo nelle economie avanzate”.

Il Rapporto, segnala inoltre un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti per quanto riguarda: il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, l’aumento dei “lavori vulnerabili” (che non hanno cioè accesso ai sistemi di protezione sociale e di relazioni industriali), della povertà lavorativa e del lavoro informale.

Vengono infine individuate le strade da perseguire prioritariamente per il miglioramento delle situazioni politiche macroeconomiche favorevoli alla creazione di occupazione e delle politiche sociali che guardino nella direzione del mercato del lavoro.

La ripresa irregolare e le ripetute revisioni al ribasso delle proiezioni di crescita, hanno avuto un impatto sulla situazione globale dell’occupazione: i disoccupati nel 2013 hanno raggiunto quota 202 milioni, cinque milioni in più dell’anno precedente, segnale inequivocabile del fatto che le possibilità occupazionali crescono  meno rapidamente della forza lavoro.

Le regioni del mondo che pagano il prezzo più alto, contribuendo in misura più rilevante ai livelli globali della disoccupazione, sono quelle del sud-est asiatico che contano circa il 45% della disoccupazione mondiale.

Continua a crescere inoltre, il “gap occupazionale” avviato nel 2008 con l’inizio della crisi e che nel 2013 ha colpito 62 milioni di posti di lavoro, persi da lavoratori che non sempre si sono messi alla ricerca di una nuova occupazione: 23 milioni di essi sarebbero “scoraggiati”, cioè non impegnati a lungo nella ricerca di un lavoro e 7 milioni “inattivi”, avendo rinunciato a partecipare al mercato del lavoro.

Secondo il Rapporto, se le tendenze attuali persisteranno, la situazione continuerà a peggiorare e nel 2018 ci saranno più di 215 milioni di persone in cerca di occupazione. L’ OIL – ILO prevede che saranno creati 40 milioni di posti di lavoro all’anno, a fronte di un fabbisogno di 42,6 milioni.

I giovani continueranno ad essere particolarmente colpiti dal carattere debole e irregolare della ripresa. Si prevede che circa 745 milioni di persone di età compresa tra i 15 e i 24 anni siano state disoccupate nel 2013 (un milione in più rispetto all’anno precedente).

Continua a crescere in maniera preoccupante il numero nei NEET (neither in employment, nor in education or training), condizione che in alcuni Paesi riguarderebbe un giovane su quattro nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni.

La fragilità della ripresa economica e la lentezza della ripresa occupazionale, determinano il dilatarsi dei periodi di inoccupazione che in alcune economie occidentali sono addirittura raddoppiati rispetto agli anni precedenti alla crisi: ad esempio, in due Paesi europei duramente colpiti dalla crisi come la Spagna e la Grecia, il periodo medio di disoccupazione dura rispettivamente, 8 e 9 mesi. Negli Stati Uniti, il 40% dei disoccupati vive una situazione di lungo periodo.

La disoccupazione di lungo periodo, segnala il Rapporto, rappresenta un elemento preoccupante per due ordini di ragioni: in primo luogo, per la pressione esercitata sulle finanze pubbliche (con conseguenti necessità di aumenti delle tasse o tagli della spesa) ed in secondo luogo perché i lavoratori che restano a lungo fuori dal mercato del lavoro perdono rapidamente le loro competenze e faticano a ricollocarsi nelle stesse mansioni e agli stessi livelli occupazionali.

Come detto poco sopra, il Rapporto segnala alcune preoccupati inversioni di tendenza in tema di: partecipazione al mercato del lavoro, che si manifesta soprattutto con lo “scoraggiamento” dei giovani e con il crescere delle economie informali, l’aumento del lavoro vulnerabile (che sarebbe pari al 48% dell’occupazione, concentrandosi soprattutto nel lavoro autonomo e nel lavoro svolto in ambito familiare inteso come conduzione di aziende familiari e lavoro domestico retribuito), la diffusione della povertà lavorativa (nel 2013 sarebbero state 839 milioni le persone che vivono con meno di due dollari al giorno) e con “livelli ostinatamente alti” di lavoro informale per il quale si registrano “rilevanti disomogeneità territoriali”.

La mancanza di domanda aggregata e le politiche di risanamento fiscale in corso in molti Paesi rappresentano un ostacolo per la ripresa occupazionale, che necessiterebbe di “bilanciamento delle politiche macroeconomiche ed aumento di redditi da lavoro”. Secondo alcune simulazioni, misure di questo tipo ridurrebbero la disoccupazione di 1,8 punti percentuali (61 milioni di posti di lavoro) entro il 2020.

Il Rapporto, riconosce inoltre i meriti delle attuali politiche monetarie nel contenere la disoccupazione anche se, avverte, esse possono determinare un pericoloso spostamento di investimenti e capitali dall’economia reale alla finanza, che ricadrebbe negativamente sull’occupazione.

Infine, L’Organizzazione Internazionale del Lavoro sottolinea l’importanza di implementare innovative politiche attive del lavoro che abbiamo come obiettivo prioritario il contrasto a fenomeni quali lo scoraggiamento, l’inattività nella ricerca del lavoro e la disoccupazione di lunga durata.

“Nel 2011 la media delle risorse investite in politiche attive del lavoro dai Paesi OCSE è stata dello 0,6% del PIL; se si arrivasse all’1,2%, si potrebbero creare 3,9 milioni di posti di lavoro nelle economie sviluppate e nell’UE”, conclude il Rapporto.

Per saperne di più

                                                                               Di Marina Marchisio

 

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