Ancora alta la tensione nel Golfo

Non scende la tensione fra Stati Uniti e Iran e le minacce di un conflitto, non solo verbale, continuano ad agitarsi nel Golfo Persico e  più precisamente nello Stretto di Hormuz. Un passaggio marittimo strategico, porta d’ingresso al petrolio del Medioriente e attraverso il quale transita buona parte dell’approvvigionamento di idrocarburi del mondo.  E’ uno Stretto che riveste non solo una grande importanza commerciale ma anche una sensibile valenza geopolitica, se si pensa in particolare che le sue acque, benché considerate corridoio internazionale, si dividono fra l’Iran e il Sultanato di Oman, con tutto quello che ciò comporta in termini di controllo.

Il succedersi, in queste ultime settimane, di attacchi alle petroliere in transito, di cui ancora non si ha chiarezza sulle responsabilità, mette in evidenza la grande pericolosità di una situazione che si è venuta a creare con il braccio di ferro in corso tra Stati Uniti e Iran, in particolare da quando gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Accordo sul nucleare iraniano concluso nel 2015. Un ritiro carico di conseguenze e che ha spinto il Governo di Teheran a decidere di ridurre gradatamente i suoi obblighi previsti dall’accordo e ad aumentare il livello di arricchimento dell’uranio. 

Benché l’AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) avesse sempre confermato il rispetto dell’Accordo da parte dell’Iran, il Presidente Trump ha deciso di seguire la strada del confronto duro, della “massima pressione” su Teheran, decidendo nuove e pesanti sanzioni economiche che stanno mettendo a dura prova il Paese e la sua popolazione. Una “strategia” che interroga sui margini di manovra lasciati ad un eventuale negoziato diplomatico, che dovrebbe non solo ridurre le forti tensioni in  corso ma anche definire i contorni di un nuovo, ipotetico, accordo. Ipotetico e improbabile, perché tale strategia mira, da una parte, a indebolire considerevolmente la posizione dell’Iran ad un eventuale futuro tavolo di negoziati e dall’altra appare ormai chiaro che l’obiettivo di Trump è quello di azzerare le esportazioni di greggio dell’Iran e di soffocare economicamente il Paese. 

Le conseguenze di una tale strategia non si fermano tuttavia all’Iran e sono facilmente immaginabili tutte le ricadute politiche ed economiche nei Paesi importatori di petrolio iraniano e nei Paesi che commerciano con Teheran, Europa compresa.

Dietro questa minacciosa strategia si muovono quindi vari scenari, a livello regionale e internazionale. Sullo scacchiere Mediorientale, al centro del braccio di ferro USA-Iran si gioca in particolare il ruolo politico, economico e religioso dell’Iran nella regione, in netta opposizione al ruolo dell’Arabia Saudita, strettamente alleata degli Stati Uniti. In proposito e a segnare ulteriormente il sostegno di Washington a Riyad, è la recente decisione americana di vendere tecnologia nucleare all’Arabia saudita, senza esigere le minime garanzie che tali tecnologie non  vengano usate per costruire armi nucleari. Un gesto inquietante, evidentemente provocatorio nei confronti dell’Iran e che mette in evidenza, ancora una volta, le pericolose contraddizioni politiche e gli intrecci tra strategie e interessi economici perseguiti da Trump. 

Un secondo scenario si gioca fra l’Europa e l’Iran, in timida opposizione e con fragile forza politica per far fronte alla strategia distruttiva americana. Teheran si è rivolta a più riprese all’Europa affinché sviluppi un sistema di protezione dei loro rispettivi rapporti commerciali nei confronti delle sanzioni americane. Per ora la risposta europea, oltre a confermare la propria adesione ai termini dell’accordo,  è quella di mandare segnali di sostegno all’Iran, anche se alquanto limitati nella loro portata economica. Non va sottovalutato inoltre il tentativo diplomatico del Presidente francese Macron di ottenere, in questa situazione particolarmente incandescente, una de-escalation fra Teheran e Washington. 

Un altro scenario in movimento è quello costituito, a livello internazionale, da Russia e Cina, Paesi ambedue firmatari dell’accordo del 2015 e pronti ad aprire nuovi spazi di protagonismo politico e commerciale nella regione. In mancanza di una risposta adeguata e più forte da parte dell’Europa, l’Iran potrebbe rivolgere la sua attenzione verso i due Paesi, rendendo in tal modo ancor più evidenti le linee di frattura internazionali in Medio Oriente. 

A questo scenario, già di per sé complesso a tutti i livelli, si aggiunge un ulteriore tassello di inquietudine politica : proprio in questi giorni la Russia ha iniziato la consegna alla Turchia, paese membro della NATO e attore importante per la stabilità della regione, di un sistema missilistico di difesa antiaerea. Un gesto che preoccupa evidentemente la NATO stessa per le sue potenziali conseguenze e che inasprisce ulteriormente i rapporti fra Turchia e Stati Uniti. 

E’ in questo contesto generale estremamente pericoloso che si giocano conflitti e interessi globali nello stretto di Hormuz. Con la speranza che alla fine siano il buon senso e la diplomazia ad avere l’ultima parola.

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