Ambiente senza Frontiere: Sfollati e profughi ambientali

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Dopo l’accordo di Parigi del dicembre 2015 (Cop 21) sui cambiamenti climatici, i responsabili politici della Terra si danno appuntamento ogni anno per definire le misure e gli impegni concreti che ogni Paese dovrà adottare per raggiungere gli obiettivi sottoscritti. Si sono riuniti a Marrakech (Cop 22) nel novembre 2016 e si riuniranno ancora a Bonn (Cop 23) nel prossimo novembre 2017.

Questa rubrica ha come obiettivo di mettere in evidenza i problemi più significativi creati dal surriscaldamento globale. Un primo problema, analizzato lo scorso anno dalla Banca Mondiale in occasione della Cop 22, riguarda l’impatto economico delle catastrofi naturali sulle popolazioni più povere del pianeta.

 

Sfollati e profughi ambientali

Secondo le statistiche di varie organizzazioni internazionali, i disastri naturali causano molti più sfollati delle guerre. Se si prende ad esempio l’ultimo rapporto dell’ IDMC “Internal Displacement monitoring centre “ (Centro di monitoraggio degli sfollati interni), i dati sono allarmanti ed eloquenti: nel 2015, in tutto il mondo, disastri naturali, conflitti e guerre hanno fatto circa 28 milioni di nuovi sfollati interni, di cui 19 milioni fuggivano da disastri naturali e ambientali: più del doppio degli sfollati che fuggivano da guerre e violenze.

Sempre secondo l’IDMC dal 2008 al 2015 gli sfollati e i profughi nel mondo per le conseguenze del riscaldamento globale sono stati 202,4 milioni. L’ONU stima inoltre che, all’orizzonte 2050, essi potrebbero raggiungere la cifra di 250 milioni, con una media di 6 milioni di persone costrette ogni anno a lasciare la loro terra.

Gli sfollati interni, a differenza dei profughi che cercano asilo in un altro Stato, sono quelle persone costrette ad abbandonare le loro case e a cercare una sistemazione entro i confini del proprio Paese. Benché ci siano convenzioni che proteggono gli sfollati interni, la nozione di profugo ambientale non esiste nel sistema di protezione internazionale. Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, è considerato un profugo colui che «nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza (…) ». Inoltre, altre norme riguardano la protezione umanitaria a chi è in pericolo, come appunto per coloro che fuggono da guerre e violenze.

Restano quindi senza riconoscimento giuridico le vittime di un fenomeno che sta prendendo dimensioni considerevoli nel mondo. Ormai non ci sono più dubbi sugli effetti del surriscaldamento globale del pianeta e delle conseguenze su fenomeni meteorologici estremi, come inondazioni, cicloni, siccità, ondate di caldo o su fenomeni più lenti, come l’erosione del suolo e delle coste, la desertificazione, la salinizzazione… Un rapporto dell’Ufficio dell’ONU per la riduzione del rischio di catastrofi (UNISDR) sottolinea che il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato dalle statistiche e che il clima è stato il fattore scatenante del 92% delle catastrofi avvenute durante l’anno, colpendo complessivamente circa 97 milioni di persone.

Ma gli sfollati o profughi ambientali non fuggono solo da disastri causati dal clima, fuggono anche

da fenomeni direttamente legati ad una sciagurata attività umana: land grabbing, water grabbing, smaltimento intensivo di rifiuti tossici o radioattivi…

Il land grabbing, letteralmente “accaparramento della terra”, è la nuova preziosa risorsa su cui gli speculatori hanno puntato lo sguardo ed è l’acquisizione, da parte di privati o di enti governativi, del diritto di sfruttare terreni coltivabili. Ne fanno quasi sempre le spese le popolazioni locali che, costrette ad abbandonare le loro terre, perdono la loro principale fonte di sostentamento.

Si tratta di un fenomeno che tocca principalmente Africa e America latina (in Brasile soprattutto per gli agrocarburanti), e che oggi sembra lambire anche le terre più fertili della nostra Europa. Uno studio del Coordinamento europeo Via Campesina (ECVC) mette in guardia sul pericoloso innalzamento del livello di concentrazione della proprietà delle terre europee e, al riguardo, emerge un dato inquietante: in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli detiene il 50% di tutte le superifici agrarie.

Come si puo’ notare, non esiste solo la guerra e la violenza a spingere le popolazioni a lasciare la loro terra. E’ quindi necessario ed urgente riflettere non solo sulla protezione internazionale per i profughi ambientali, ma anche affrontare con coraggio e lungimiranza politica gli effetti dei cambiamenti climatici e denunciare con fermezza l’inaccettabile accaparamento del suolo e di molte risorse naturali da parte di pochi speculatori.

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