Alta tensione nel Golfo Persico

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A un mese di distanza, si sono riprodotti nuovi ed  inquietanti incidenti nel Golfo Persico, nello stretto di Oman, riportando la tensione politica ai massimi livelli. Una tensione che si concentra su una via marittima strategica, dalla quale transita il 20% della richiesta di petrolio mondiale e oggi teatro di un pericoloso braccio di ferro fra Iran e Stati Uniti. Dopo l’attacco del maggio scorso contro quattro petroliere, altre due navi, una norvegese e una giapponese, sono  state infatti prese di mira giovedì scorso, provocando ingenti danni e un’impennata dei prezzi del petrolio.

Senza esitazioni e, per ora, senza prove convincenti, Washington ha immediatamente attribuito la responsabilità degli attacchi all’Iran, il quale, oltre a respingere ogni accusa, parla di “sabotaggio diplomatico” e di “provocazione”. E’ in effetti una situazione in cui l’Iran appare un possibile colpevole troppo evidente e che interroga  su chi ha veramente interesse a soffiare sul fuoco di un possibile conflitto nel Golfo.

Da tempo ormai le relazioni fra Teheran e Washington sono molto tese e si sono definitivamente degradate dopo il ritiro degli Stati Uniti, nel 2018, dall’accordo sul controllo del programma nucleare iraniano, firmato nel luglio 2015, dall’Iran  e dai membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania. Da allora il Presidente Trump non ha smesso di esercitare, in modo unilaterale e contravvenendo ai termini stessi dell’accordo,  una forte pressione sull’Iran. Ha, in particolare, ripristinato sanzioni economiche sempre più severe, fino a sopprimere le esenzioni concesse ad otto Paesi, fra cui la Cina, e a impedir loro di continuare ad acquistare greggio iraniano. L’obiettivo dichiarato da Trump è quello “di azzerare l’export di petrolio iraniano, negando al regime la sua principale fonte di entrate” e di soffocare finanziariamente il Paese.

Ma, accusando direttamente Teheran degli attacchi alle petroliere, Trump compromette nello stesso tempo parte della sua strategia di “massima pressione” sulla Repubblica islamica. Si tratta di una strategia dissuasiva, volta a costringere Teheran ad un dialogo e a sedersi ad un nuovo tavolo di negoziati, non solo per ridiscutere e ridurre radicalmente le sue ambizioni nucleari e militari, ma anche e soprattutto per indebolire il suo ruolo nell’egemonia regionale.  Altri sono infatti, sullo scacchiere regionale, gli attori che godono del pieno sostegno degli Stati Uniti e che hanno non pochi interessi ad indebolire ulteriormente l’Iran, a cominciare dall’Arabia Saudita fino ad Israele.

Nella prospettiva quindi di un futuro negoziato e proprio alla vigilia dell’attacco alle navi,  il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe era in visita a Teheran, portatore di un messaggio di distensione nelle relazioni fra Stati Uniti e Iran. Come ci si poteva aspettare, è stato un tentativo diplomatico andato a vuoto, un tentativo che aveva come sfondo, oltre alle accuse di Trump nei confronti dell’Iran, anche una petroliera giapponese che andava a fuoco.

Nel frattempo, le tensioni nel Golfo continuano a salire, mentre la comunità internazionale moltiplica i suoi richiami alla calma e alla moderazione. Da parte sua, l’ONU ha fatto richiesta di un’indagine indipendente per identificare gli autori dell’attacco, mentre l’Unione Europea, attraverso le parole di Federica Mogherini ha lanciato un appello “alla moderazione”, sottolineando che “la regione non ha bisogno di ulteriori elementi di destabilizzazione e tensioni”.

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