All’ombra del Partenariato orientale

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Si è tenuto a Riga, il 21 e il 22 maggio scorso il quarto Vertice fra l’Unione Europea e i sei Paesi del Partenariato orientale, Ucraina, Bielorussia, Georgia, Moldavia, Armenia e Azerbaijan. Un Vertice che si tiene ogni due 2 anni e che ha come obiettivo di valutare l’evoluzione dei rapporti politici ed economici in una prospettiva di cooperazione, di avvicinamento e soprattutto di stabilità e sicurezza agli immediati confini orientali dell’Unione. Questo Partenariato è stato istituito nel 2009 per rafforzare la Politica di Vicinato già in corso dal 2004, nata all’indomani del grande allargamento ad Est dell’Unione Europea. Si basa sull’impegno, da parte dei suoi membri, a progredire e rispettare valori fondamentali come il diritto internazionale, la democrazia, lo stato di diritto e i diritti dell’uomo ma anche ad istituire un’economia di mercato e un’amministrazione pubblica sana e trasparente.  La nascita del Partenariato orientale nel 2009 interviene tuttavia in risposta a quei primi concreti segnali di cambiamento di strategia politica inviati dalla Russia per quanto riguarda la sua presenza e il suo protagonismo sui territori un tempo parte dell’ex Unione Sovietica, in particolare la guerra in Georgia nel 2008, e il conseguente riconoscimento da parte della Russia stessa delle due regioni separatiste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud.

Dal 2009 ad oggi molte cose sono cambiate e il Partenariato orientale dell’UE evolve in un contesto fortemente segnato non solo dalle problematiche relazioni tra Unione Europea e Russia ma anche fra Unione Europea e gli stessi Paesi del Partenariato. Le conseguenze dell’ultimo Vertice di Vilnius nel novembre 2013 e la rinuncia, all’ultimo momento, da parte dell’Ucraina di sottoscrivere l’accordo di associazione con l’Unione europea, sono tuttora sotto gli occhi di tutti: ingenti manifestazioni a Kiev per dichiarare il desiderio di prospettiva europea per il Paese, una guerra civile tuttora in corso nella parte orientale del Paese, l’annessione nel 2014 della Crimea da parte della Russia. Una situazione che rivela tutta la complessità politica, economica, di sicurezza e di stabilità che si gioca sulle frontiere orientali dell’Unione e che il Vertice di Riga, svoltosi quasi in punta di piedi e senza far tanto rumore, ha messo in evidenza attraverso gli inquietanti e deboli risultati raggiunti. In primo luogo la constatazione di una ormai consumata divisione fra i sei Paesi del Partenariato: da una parte Ucraina, Georgia e Moldavia che ancora premono e sperano in un futuro europeo e dall’altra Bielorussia, Armenia e, in parte, Azerbaijan che hanno fatto la loro scelta di seguire il progetto russo di Unione euroasiatica. Una divisione che, se difficile da valutare da un punto di vista economico, rivela tutta la debolezza politica e la mancanza di concrete prospettive che l’Unione Europea è in grado di proporre attraverso tale Partenariato. Non solo, ma rivela anche e soprattutto la mancanza di un coraggioso ripensamento politico delle future relazioni fra Unione Europea e Russia, che oggi ondeggiano pericolosamente fra sanzioni economiche, opportunità energetiche e, purtroppo, una messa fra parentesi dei principi fondamentali di sovranità e integrità territoriale, garantiti dal diritto internazionale. Debolezze europee di cui la Russia è pienamente cosciente.

Appuntamento teoricamente fra due anni, con la speranza che torni la pace ai confini orientali dell’Unione.

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