Al di là del Covid 19

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È decisamente un periodo inquietante e particolare, visto che la diffusione della pandemia di Covid 19 occupa praticamente tutto lo spazio dell’attualità, lasciando in ombra quelli che erano, fino a pochi mesi fa, temi di sensibile interesse sulla scena dell’attualità internazionale. Temi che non sono stati messi fra parentesi e che hanno avuto significativi sviluppi. Vale la pena ricordare qui, a grandi linee, che cosa sta succedendo al di là dei nostri immediati confini europei. 

Forse una speranza di pace per la Libia? La cautela è necessaria ma l’accordo di cessate il fuoco permanente firmato venerdì scorso a Ginevra fra la delegazione del Governo di Accordo nazionale (GAN) di Tripoli e quella dell’Esercito nazionale libico, basato in Cirenaica, sembra di un altro tenore dei precedenti e confermerebbe una maggiore volontà di distensione e riconciliazione fra le due parti in conflitto. La presenza in Libia di vari attori regionali e internazionali schierati su fronti opposti stava infatti portando il Paese, dopo quasi dieci anni di guerra, verso una situazione “siriana” difficilmente gestibile e prevedibile a medio e lungo termine. Non va dimenticato infatti quanto importante sia riportare stabilità e pace nel Paese, crocevia di interessi economici ed energetici, ma soprattutto punto nevralgico delle vie migratorie dall’Africa. 

L’accordo prevede due sfide non da poco per il futuro: in primo luogo una de-escalation militare e uno smantellamento delle milizie straniere presenti nel Paese e, in seguito, la nomina di un nuovo organo esecutivo. Due sfide molto impegnative se si tiene conto che dietro le quinte di questo conflitto ci sono da una parte la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti a sostegno del Generale Haftar e la Turchia scesa in campo invece a fianco del Governo di Tripoli di Fayez al Sarraj. Non sarà facile nemmeno la designazione di un governo di unità nazionale visto le numerose componenti politiche e della società civile libica. Ma tant’è, un primo tentativo di discussione è già previsto a Tunisi per l’8 novembre prossimo.

Se la Libia riapre la porta alla speranza, la guerra continua invece in modo spietato nel Nagorno Karabakh. Migliaia le vittime in questa piccola enclave popolata da armeni e situata in Azerbaijan,  dove la superiorità militare di quest’ultimo è dovuta, in particolare, al sostegno della Turchia. Una guerra che sembra inserirsi quindi nel pericoloso progetto espansionista di Erdogan, presente in altri teatri di guerra nella regione, come in Siria, in Iraq, nel Mediterraneo orientale intorno a Cipro, e, come ricordato sopra, in Libia. Un protagonismo turco che lascia pochi spazi alla diplomazia e ancor meno al rispetto di alcuni tentativi di cessate il fuoco, falliti ancor prima di iniziare. 

Ed infine, inquieta molto anche quello che sta succedendo in Bielorussia. La popolazione continua a scendere in piazza pacificamente per protestare contro la dittatura di Lukashenko. La risposta del regime è brutale e violenta, numerosi gli arresti. Ma la popolazione non si ferma, decisa a conquistare quella libertà e quei diritti anche a costo della vita. Un’inquietudine e una speranza per un popolo che non ha più paura e che difende la sua dignità e il suo futuro.

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