A Tunisi, l’ipocrisia dell’Unione Europea

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Domenica 11 giugno segnerà un’altra data di cui l’Unione Europea non potrà andare fiera. A Tunisi, è in effetti andato in scena un incontro fra il Presidente Kais Sayed, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e il Primo Ministro olandese Mark Rutte. A dir la verità, Giorgia Meloni era al suo secondo incontro con Sayed nel giro di pochi giorni, a sottolineare quanto importante fosse per l’Italia stringere al più presto un accordo con il Presidente dittatore.

In gioco, nelle parole intrise della solita retorica delle buone intenzioni e degli inviolabili valori, la salvezza economica di un piccolo Paese che, nella sua forma geografica, sembra puntare un dito verso l’Italia e l’Europa. Lampedusa infatti dista solo 150 Chilometri. 

La composizione di alto livello della delegazione europea rispecchiava non solo la gravità della situazione, ma lasciava anche intendere una certa compattezza nell’approccio e nella rappresentatività europea: un’Istituzione europea, la Commissione, un Paese del Sud in prima linea per quanto riguarda l’arrivo di flussi migratori, e un paese del Nord, i Paesi Bassi, su una fragile linea di rispetto dei diritti dei migranti, anche se non proprio di accoglienza. 

Ed è proprio il tema dei migranti, prudentemente messo a fianco, quasi in disparte per conferirgli un’importanza relativa, che si trova invece al cuore della  proposta finanziaria europea per sostenere la Tunisia ad uscire da un profonda, critica ed esplosiva situazione economica: un rafforzamento del Partenariato, nel quadro della politica di vicinato, forte di 900 milioni di euro sul lungo periodo e un aiuto supplementare di 150 milioni di Euro da immettere immediatamente nel bilancio. Tutto ciò nell’attesa che il Presidente Saied accetti le condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale per un prestito da due miliardi di dollari. Un partenariato che va dalla cooperazione economica e commerciale, a quella di una transizione energetica sostenibile, dallo sviluppo delle competenze digitali al turismo. 

La preoccupazione che il crollo economico e finanziario del Paese possa aprire le porte a incontrollabili flussi migratori, ha spinto inoltre la Commissione europea ad annunciare la somma di 105 milioni di Euro per la lotta contro i trafficanti, per investimenti nel controllo marittimo delle frontiere da parte dei tunisini, per l’equipaggiamento delle guardie costiere e per il salvataggio in mare. Non solo, ma cosa ancor più inquietante, la richiesta di collaborazione alla Tunisia per il rimpatrio di migranti dall’Africa subsahariana e residenti in Tunisia verso il loro Paese d’origine. Cosa che ha fatto provocatoriamente e cinicamente rispondere al Presidente Sayed che “la Tunisia non farà mai da guardia frontiera” a nessun Paese, oltre a giudicare “inumana” la proposta europea. Un cinismo trasversale, che, da una parte attraversa una Tunisia in piena deriva dittatoriale, ben lontana dal rispettare i diritti umani e, in particolare quelli dei migranti, usati come capri espiatori delle difficoltà economiche. Dall’altra un’Unione europea in affanno sul tema delle migrazioni, alla ricerca continua e disperata di “Paesi sicuri” per i rimpatri/respingimenti dei migranti e il controllo delle sue frontiere. Con un appuntamento a brevissima scadenza di un Consiglio europeo alla fine di giugno, chiamato a perseguire la ricerca di un accordo fra i 27 Paesi sul Patto per la migrazione e l’asilo. Un Patto che, dopo l’accordo dei Ministri degli Interni dell’8 giugno scorso, non brilla certo dei valori dell’Unione europea.

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