A piedi nudi sulla rotta dei Balcani

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È alta la tensione e l’emergenza migranti ai confini orientali dell’Unione Europea, sulla rotta dei Balcani. Le immagini che ci giungono di centinaia di persone senza riparo, al freddo nella neve e bloccati fra Paesi che non vogliono sapere nulla delle loro vite, dei loro progetti di raggiungere l’Europa e una vita dignitosa, vanno a colpire direttamente coscienze e sensi di cittadinanza.

Ma come siamo arrivati a questa ennesima tragedia che, oltre a quelle che si consumano nel Mediterraneo, pone ormai da moltissimo tempo il problema delle migrazioni e l’incapacità dell’Europa e dei suoi Stati membri ad affrontare una sfida politica ed umana di tali dimensioni?

Le migrazioni nel mondo sono sempre esistite e l’Europa può raccontare a se stessa una lunga storia di movimenti interni e di approdi da altri Paesi. Una data recente, il 2015, ha tuttavia segnato un arrivo di rifugiati e richiedenti asilo di grandi proporzioni: più di un milione di persone attraversarono le vie di mare e di terra pur di fuggire da guerre e conflitti, pur di andare alla ricerca di un futuro più dignitoso e sostenibile. Si erano messi in viaggio dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dal Pakistan, dal Bangladesh…

In quel momento l’Europa ha preso coscienza della sfida senza precedenti che rappresentavano i flussi migratori e i vari Stati membri hanno purtroppo, al, riguardo, messo in luce le loro divergenze, la loro reticenza alla solidarietà e all’accoglienza, le loro paure e quelle sempre più visibili di buona parte dei cittadini europei. E’ in questo clima di smarrimento che l’Unione Europea, chiudendo gli occhi di fronte a tante tragedie, ha deciso di chiudere anche le sue frontiere, affidando in particolare alla Turchia, a suon di miliardi di euro, il controllo della frontiere esterne con la Grecia e la Bulgaria per fermare il flusso dei migranti sulla via dei Balcani. Un accordo che ha sollevato inquietudini e disapprovazione da parte di quei cittadini europei che vedevano consegnare nelle mani di Erdogan le vite in pericolo di molte persone in fuga, e per le quali venivano a mancare le garanzie del rispetto dei più elementari diritti umani. 

Se da una parte lo sciagurato accordo ha ridotto significativamente il numero dei migranti sulla rotta balcanica, dall’altra la Turchia non si è mai privata di usare questo accordo come un ricatto per esercitare pressioni politiche sull’Unione Europea. L’ultimo ricatto risale allo scorso marzo, quando all’inizio della pandemia di Covid, Ankara aprì le frontiere e migliaia di profughi tentarono di ripartire sulla rotta dei Balcani. 

Sono questi i profughi rimasti intrappolati, insieme ad altri, “in sospeso” fin dal 2016,  su quella stessa rotta e che oggi ritroviamo, nel bel mezzo di un inverno particolarmente freddo, senza riparo e in condizioni di vita inaccettabili. Si ritrovano in Bosnia perché, nel frattempo, sulla rotta balcanica si sono alzati muri, come fra Serbia e Ungheria e perché i respingimenti, illegali, effettuati dalla Grecia, dalla Croazia, dalla Slovenia, ma anche dall’Italia a Trieste, li riportano in quell’unico Paese che, vista la sua configurazione istituzionale, non ha capacità e volontà per risolvere un nodo politico ed umano di tali proporzioni. 

Certo è che si tratta di una situazione che non fa onore all’Europa e ai suoi Stati membri, divenuti quasi insensibili, alle loro immediate frontiere, al rispetto dei diritti umani e al rispetto del diritto d’asilo. Non solo, ma si rivelano incapaci di affrontare una tale sfida sul lungo periodo, in particolare per quanto riguarda la possibilità di prevedere la costituzione di vie legali per giungere in Europa.

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