A Parigi una svolta per la salvaguardia del pianeta

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Mettere d’accordo 195 Paesi non era facile e si sapeva. Adesso che la COP21 – il Vertice ONU per il contrasto al surriscaldamento climatico, tenutosi a Parigi nei giorni scorsi – ha chiuso i battenti viene il tempo dei bilanci e delle prospettive.

Alle spalle resta l’eco dei dati inquietanti sul progressivo deterioramento del pianeta, delle molte speranze suscitate, del forte impulso dato dall’enciclica “Laudato sì” di papa Francesco e delle dichiarazioni dei Grandi, e dei meno Grandi, di questa terra, tutti preoccupati per il futuro della Terra, ma anche profondamente divisi tra di loro sulle soluzioni da adottare.

Fino all’ultimo ci sono stati tentativi, chiaramente ispirati dalle lobby dei combustibili fossili, di mettere in dubbio la responsabilità umana nell’aumento delle temperature e la solidità dei dati allarmanti circolati alla vigilia e condivisi da una larghissima parte del mondo scientifico. A smascherare rapporti “scientifici” comprati a suon di dollari, generosamente distribuiti da industrie dei combustibili fossili, ci ha pensato Greenpeace in un suo rapporto della settimana scorsa.

Al tavolo dei negoziatori molte erano oggettivamente le difficoltà da superare, in particolare le grandi differenze tra Paesi industrializzati e quelli in corso di industrializzazione o da questa ancora lontani, come nel caso dell’Africa, e il difficile processo di decarbonificazione da realizzare in tempi ravvicinati.

Nonostante tutte queste difficoltà, qualche passo avanti è stato fatto, almeno nella percezione del problema e nella grande mobilitazione della società civile che ha spinto i responsabili politici più avanti di quanto non si temesse alla vigilia, rimettendo in moto la macchina delle nuove politiche ambientali dopo anni di paralisi.

Importanti accordi sono stati convenuti, anche se restano da meglio chiarire alcuni nodi sensibili: dalla determinazione  degli obiettivi circa il contenimento dell’aumento della temperatura entro i 2°, rispetto all’era preindustriale, con l’impegno ad attestarsi attorno a 1,5° alle procedure di controllo e alle sanzioni per chi non rispetta gli accordi.

L’entrata in vigore dell’accordo dovrebbe partire dal 2020 ed è stata decisa la dotazione del fondo di sostegno ai Paesi in corso di industrializzazione da parte dei Paesi di vecchia industrializzazione: cento miliardi annuali, a partire dal 2020, non facili da reperire e da destinare alla diffusione delle tecnologie verdi, con l’impegno a concordare al più tardi nel 2025 un nuovo obiettivo finanziario, anche grazie a fondi e investimenti privati.

Si tratta, diversamente dal passato, di un accordo che è stato oggetto di un consenso globale seppure volontario, sottoposto a un processo di revisione ogni cinque anni: intanto l’accordo di Parigi per entrare in vigore come previsto nel 2020 dovrà essere approvato da almeno 55 Paesi che rappresentino complessivamente il 55% delle emissioni mondiali di gas serra.

Nell’entusiasmo del momento molti non hanno esitato a parlare di accordo storico. Storica è semmai la svolta verso un’assunzione di responsabilità da troppo tempo disattesa, con la speranza che non sia troppo tardi.

Resta da sorvegliare un calendario ancora troppo incerto, in particolare per quanto riguarda l’eliminazione delle fonti energetiche fossili, come volevano i produttori di petrolio e gas e non è rassicurante che i controlli siano affidati ad autocertificazioni dei singoli Paesi, come hanno voluto i Paesi delle economie emergenti e tra questi, non a caso, la Cina.

Alla fine, una prima valutazione si può azzardare: a Parigi è andata meglio di quanto si temesse, meno bene di quanti molti sperassero.

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