A Bruxelles un Consiglio europeo di svolta?

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Di questi tempi si fa tanto parlare di svolta: in Italia sono in molti a sperare che sia finalmente la volta buona, in Europa sono in molti ad aspettarla sui quadranti dell’economia e a temerla su quelli della politica alla vigilia delle imminenti elezioni europee.

Il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo della settimana scorsa è stato un test importante, letto in Italia quasi esclusivamente attraverso la lente della “performance” del nostro presidente del Consiglio, tralasciando altri aspetti anche più importanti.

L’Italia si presentava all’appuntamento del Consiglio europeo di primavera con un nuovo governo, il terzo in poco più di due anni, e un programma ambizioso di riforme e di misure per spingere il Paese fuori dalla crisi.

Al netto dei fuochi di artificio di Renzi e dei sorrisetti attribuiti ai presidenti Van Rompuy e Barroso – che cosa poi quei due abbiano da ridere con quello che gli sta capitando non si sa – le posizioni dell’Italia, da una parte, e dei nostri partner, dall’altra, non sono cambiate di molto.

Renzi ci ha messo tutta la buona volontà possibile per far intravedere un’Italia diversa da quella del passato, con l’obiettivo di portare a casa qualche margine di flessibilità per i conti pubblici italiani.

I suoi interlocutori gli hanno fatto capire che prima vogliono vedere i risultati e gli hanno ricordato che i patti vanno rispettati e che i vincoli convenuti all’unanimità dai Paesi membri dell’UE quelli sono e resteranno fino a quando, sempre all’unanimità, i Trattati non verranno modificati. Non certo prima delle elezioni europee né durante il prossimo semestre a presidenza italiana.

Restano a futura memoria le considerazioni di Renzi sull’orgoglio italiano e sul ruolo che spetta all’Italia nell’UE come Paese fondatore, seconda economia manifatturiera e attore importante nella turbolenta area mediterranea.

Altre decisioni più importanti per l’Europa – e quindi per l’Italia – sono state prese a Bruxelles la settimana scorsa.

In extremis – prima che si sciolga il Parlamento – è stato deciso il completamento dell’Unione bancaria con l’adozione di un meccanismo di protezione del sistema bancario dal rischio di suoi crolli a catena. Un fondo di salvataggio di 55 miliardi di euro sarà predisposto nei prossimi otto anni e andrà a saldarsi con la supervisione già affidata alla Banca centrale europea, che con Draghi continua lo slalom vittorioso verso un suo ruolo crescente, per ora non osteggiato dalla Corte costituzionale tedesca, come testimonia una sua recente sentenza. Non siamo ancora approdati a un’Unione economica compiuta, ma la strada è quella e, prima o poi, potrebbe portare ad un’Unione politica.

Di un’Unione politica a Bruxelles si è avvertito l’urgente bisogno a proposito della vicenda Ucraina e dell’annessione della Crimea da parte della Russia. Molte divisioni e incertezze hanno percorso il corpo impaurito dell’UE e tuttavia qualche misura è stata presa, ancora troppo simbolica. È stata importante l’adozione della parte politica dell’accordo di associazione tra UE e Ucraina, un ulteriore passo verso quell’unificazione pacifica del continente, iniziata dopo la seconda guerra mondiale e rilanciata dopo la caduta del Muro di Berlino.

Una strada ancora lunga, seminata di ostacoli, che solo un’Unione fortemente legittimata da un ampio voto popolare il maggio prossimo potrà affrontare con successo.

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