Medio Oriente, la guerra non va in vacanza 

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In questa fine di luglio eccezionalmente calda e carica di evidenti passi avanti del surriscaldamento globale, le vacanze segnano una pausa nella routine quotidiana. Una pausa, tuttavia, che non può spegnere gli echi dei conflitti che bruciano ai confini dell’Europa e che hanno ricadute e effetti sulla nostra vita di tutti i giorni. 

In Medio Oriente sono ormai molteplici i fronti di guerra e il 2026 sembra aver segnato la fine dei fragili segnali di pace nella regione a cui ci si poteva ancora aggrappare. La nuova guerra mossa dagli Stati Uniti e Israele, iniziata il 28 febbraio scorso, contro la Repubblica islamica dell’Iran, ha infatti portato la regione al centro degli sconvolgimenti mondiali in corso. Washington, nel tentativo militare di imporre la sua visione di sicurezza, in particolare attraverso il blocco di ogni tentativo di Teheran di dotarsi dell’arma nucleare, non si aspettava tanta resistenza da parte iraniana, la quale ha risposto colpendo le Monarchie del Golfo e bloccando lo Stretto di Hormuz. Una risposta che ha cambiato gli obiettivi iniziali USA  di guerra e che ha soprattutto rivelato una mancanza di visione strategica da parte del Presidente Trump.

Un conflitto che, oltre ai suoi dolorosi aspetti umanitari, ha prodotto e continua a produrre effetti catastrofici per i mercati energetici e per il commercio mondiali. Un primo tentativo di mettere fine al conflitto è stato fatto con la firma di un protocollo d’accordo il 17 giugno scorso. Si trattava di una serie di punti ancora tutti da negoziare, difficilmente compatibili e raggiungibili, tant’è vero che il conflitto si è riacceso, mettendo sempre più a rischio gli sforzi diplomatici che il protocollo stesso prevedeva.

In questo contesto Israele, dal canto suo,  continua le sue guerre, la sua occupazione politica e territoriale dei Paesi vicini e la sistematica distruzione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. Anche se il conflitto contro Hezbollah nel sud del Libano sembra momentaneamente godere di una fragilissima tregua in seguito ad un illusorio cessate il fuoco, non va dimenticato che la guerra contro Hezbollah, ricominciata nella scorsa primavera, ha causato più di un milione di sfollati e la morte di più di 4.300 persone.

 E’ una guerra che, da una parte, si intreccia  con quella contro l’Iran e dall’altra rivela una trasformazione della strategia di sicurezza  di Israele dopo il 7 ottobre 2023. Strategia che consiste  nel creare  una zona cuscinetto di una decina di chilometri al confine sud e sud-est in territorio libanese, la Linea gialla, occupata militarmente dall’esercito israeliano. Il Libano teme infatti che l’obiettivo a più lungo termine di Israele sia quello di occupare e spopolare definitivamente la zona dei suoi abitanti, rendendola economicamente e socialmente invivibile. E’ una strategia che purtroppo si rivela molto simile a quello che sta succedendo a Gaza e in modo sempre più inquietante in Cisgiordania. 

Al riguardo, vale la pena ricordare qui le recenti  dichiarazioni del Ministro israeliano Israel Katz : “Israele non si ritirerà mai dalle zone di sicurezza in Libano, in Siria e a Gaza”. Una strategia che non permette, in un prossimo futuro, possibili aperture per un vero e sostenibile processo di pace e stabilità nella regione mediorientale.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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