
Questa volta non c’è da esitare e perdere altro tempo. Dopo la lezione impartita ancora una volta ai responsabili politici europei al Vertice della NATO ad Ankara di ieri, non resta altro da fare che rinchiuderli tutti in una simbolica stanza, a pane ed acqua, e farli uscire solo quando avranno capito che sono gli eredi di una civiltà del diritto e dell’onore e questa devono salvaguardare per i Paesi che governano trovando, costi quel che costi, un accordo tra di loro per resistere al predatore d’oltreoceano e all’invasore russo.
Ormai le umiliazioni hanno superato ogni limite e alimentato l’arroganza del preteso “padrone del mondo” che, dopo essersi celebrato senza pudore a casa sua il 4 luglio, ha dilagato fuori dai suoi confini e dalla decenza.
Poteva essere una bella storia quella dell’incontro dell’antica civiltà europea con la giovane America, terra di futura democrazia per i nuovi arrivati, molto meno per chi in quei territori viveva da sempre.
Poteva continuare ad essere, almeno in parte, una bella storia quella del secolo scorso quando gli Stati Uniti intervennero a fianco degli alleati europei con Woodrow Wilson nel 1918 nella Prima guerra mondiale e poi, soprattutto, nel 1941 con Franklin Delano Roosevelt nella Seconda guerra mondiale. Anche se non si trattò per gli USA di sola benevolenza nei confronti dell’Europa, non va dimenticato il contributo dato, negli anni ‘40, alla sua salvezza minacciata dal nazifascismo.
Si rafforza in quegli anni un’alleanza che sarà anche all’origine della NATO, creata nel 1949, e durata con alterne vicende anche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nell’interesse delle due sponde dell’Atlantico, tra loro diseguali per capacità militare e per le risorse finanziare destinatevi.
La storia cambia, senza traumi fors’anche per una sottovalutazione dell’Europa, quando nel primo decennio del secolo gli USA, in particolare con la presidenza di Barack Obama, spostano i loro interessi strategici verso l’Indo-Pacifico a fronte della minacciosa emergenza della potenza cinese.
In quel contesto, in assenza di scosse, il ponte sull’Atlantico sembra saldo, fino a quando l’invasione russa in Ucraina non suona l’allarme e diventa un test per la solidità del ponte che con l’irruzione di Donald Trump alla presidenza degli USA comincia paurosamente ad oscillare.
E questo già nel suo primo mandato, che aveva fatto dire ad Angela Merkel nel 2017: “È finito il tempo in cui potevamo fidarci degli altri, l’Europa deve farcela da sola”. Fra poco saranno passati dieci anni da quell’allarme, che si sarebbe intensificato nel corso del secondo mandato di Trump, fino alle aggressioni verbali di questi ultimi mesi e alle più recenti minacce americane all’Europa.
Dopo anni di genuflessioni e di indecenti adulazioni al predone globale – in stile Rutte e von der Leyen , stendendo un velo pietoso su Giorgia Meloni, ma non solo – il tempo è venuto per l’Europa di scegliere: o diventare il 51esimo Stato a stelle e strisce o sventolare le dodici stelle della bandiera europea e ritrovare l’orgoglio e l’onore di un continente di antiche civiltà che ne tennero un giorno a battesimo un altro, quello americano, diventato col tempo una grande democrazia, oggi minacciata dalla prepotenza di un nazional-populismo che sta inquinando intere regioni del mondo, come in America Latina e non solo.
Dopo dieci anni di parole al vento, adesso è il vento impetuoso della storia che deve risvegliare dal loro lungo sonno i politici europei, rinchiusi in una immaginaria stanza con un compito chiaro: assumersi le proprie responsabilità per riportare a nuova vita l’Europa, tutti insieme e presto.
Di tempo se n’è già perso abbastanza.












