Medio Oriente e il peso degli Accordi di pace

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Se da una parte si susseguono in Medio Oriente i tentativi di Accordi di pace mediati dagli Stati Uniti, dall’altra le guerre continuano il loro percorso, mietendo non solo vittime ma anche le speranze di stabilità e sicurezza.

Dopo il Memorandum d’intesa firmato a Versailles tra Stati Uniti e Iran, testo che dovrebbe essere tradotto in un accordo di pace tramite futuri e problematici negoziati, è il turno dell’accordo fra Israele e il Libano, firmato a Washington il 26 giugno scorso e intimamente legato al Memorandum.

Si tratta, anche qui, di un accordo quadro in quattordici punti il cui obiettivo è quello di “instaurare una pace e una sicurezza durature” dopo l’ultimo conflitto iniziato circa quattro mesi fa. Un conflitto che ha provocato più di quattro mila vittime, circa un milione e trecentomila rifugiati e ha esasperato e demoralizzato una popolazione che non vede più sicuri orizzonti politici. Un primo punto da sottolineare è comunque il fatto che questo accordo segna un iniziale riconoscimento fra due Paesi tecnicamente e formalmente in guerra dal 1948.

I punti centrali dell’Accordo, considerati come un primo passo di base per ulteriori negoziati, non nascondono  le difficoltà della loro attuazione e ruotano intorno al completo disarmo di Hezbollah sotto il controllo degli Stati Uniti e di Israele, al ruolo delle Forze Armate Libanesi per il ripristino dell’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, al ritiro progressivo delle Forze di Difesa Israeliane dal territorio libanese, alla ricostruzione del Paese sostenuta a livello internazionale e al ritorno in sicurezza dei civili sfollati nelle loro zone d’origine, sotto il controllo esclusivo delle autorità statali libanesi.

Se l’Accordo è stato fatto tra Libano e Israele, due erano tuttavia i grandi assenti durante il negoziato e la sua firma : Hezbollah e l’Iran. Il primo ha immediatamente condannato e respinto l’accordo quadro, definendolo “umiliante e una rinuncia alla sovranità del Libano”. Il secondo, l’Iran, aveva fatto della fine degli attacchi israeliani in Libano una condizione per concludere il suo accordo con Washington.  

Alla luce di queste posizioni, vanno sottolineate due considerazioni. In primo luogo, l’Accordo rischia di soffiare sul fuoco delle divisioni interne della società libanese e portare ad un sempre temuto conflitto civile. Il Libano, si sa, è un insieme di convivenze religiose ed etniche, (18 confessioni riconosciute), i cui equilibri politici ed istituzionali all’interno del potere hanno, purtroppo, costantemente indebolito il Paese. Ora, il Partito di Dio, l’ Hezbollah sciita libanese, controlla completamente  i quartieri meridionali di Beirut, il Sud confinante con Israele e la Valle della Beqaa, e la sua milizia è di gran lunga più armata e forte dell’esercito regolare libanese.  Un aspetto, questo, che interroga sul ruolo che intende giocare l’Iran al riguardo, sapendo che Hezbollah risponderà più a Teheran che non al Governo o all’esercito regolare libanese.

Per quanto riguarda Israele, in posizione di forza nell’Accordo, non foss’altro che per il suo legame e rapporto con gli Stati Uniti, ha posto come condizione al suo ritiro dal Libano il disarmo totale di Hezbollah, cosa che alimenta non solo il rischio di conflitto  ma anche quello di un’occupazione che potrebbe durare molto a lungo. 

Il percorso verso la pace si presenta quindi tutto in salita e cosparso di ostacoli, così come l’accordo concluso tra Iran e Stati Uniti. Senza dimenticare che, nel mese di ottobre 2025, era stato raggiunto un altro accordo di cessate il fuoco su Gaza, voluto da Trump. Un  accordo  che lascia senza risposta la situazione sempre più drammatica della popolazione e dove l’Unicef denuncia il continuo aumento del numero di bambini vittime di una “fragile tregua”.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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