Il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), cioè il bilancio settennale dell’Unione Europea, è stato, fin dal suo concepimento alla fine degli anni ‘80, una questione spinosa. Da un lato, le istituzioni comunitarie hanno la vocazione di aumentarne grandezza e portata, con un occhio di riguardo agli investimenti di natura comune (i beni pubblici europei); dall’altro, gli Stati membri, rappresentati dal Consiglio dell’UE, sono tradizionalmente restii all’espansione delle prerogative dell’Unione, e tendono a concepire il budget europeo più come un “salvadanaio” da spartirsi a livello nazionale (in una logica di redistribuzione dagli Stati più sviluppati e solidi finanziariamente a quelli che ne hanno più bisogno).
Per questi motivi, il budget dell’Unione, nonostante lievi incrementi, è rimasto molto modesto se paragonato alle leggi di bilancio nazionali, attestandosi nella programmazione attuale (2021-2027) a circa l’1,14 % del Reddito Nazionale Lordo (RNL) europeo annuo (per fare un confronto, l’equivalente di spesa annua per Stato membro supera in media il 50 % del PIL nazionale!).
Tuttavia, gli eventi degli ultimi anni, dall’emergenza pandemica alla guerra in Ucraina, passando per le crisi energetiche e di competitività dell’industria europea, hanno evidenziato l’utilità di un’Unione più assertiva sul piano finanziario e geopolitico: il debito comune Next Generation EU (NGEU), suddiviso in 27 Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza, e il sostegno all’Ucraina rappresentano chiaramente questa svolta.
Memore di questi sviluppi, a luglio 2025 la Commissione europea ha proposto un QFP per il periodo 2028-2034 leggermente più ambizioso del precedente (quasi 2 mila miliardi di euro a prezzi correnti, circa l’1,26 % del RNL europeo), basato su tre nuovi pilastri:
- semplificazione e razionalizzazione: le rubriche (cioè le categorie di spesa) sono state ridotte da 7 a 4, incorporando una galassia frammentaria di fondi esistenti all’interno di macro categorie più coerenti che dovrebbero facilitarne coerenza e accessibilità;
- competitività: a seguito delle raccomandazioni Draghi e Letta, si propone un aumento delle risorse destinate al rilancio dell’industria europea, alla decarbonizzazione, digitalizzazione, ricerca e innovazione, al completamento del mercato unico e alla difesa;
- flessibilità: per superare la tradizionale rigidità del bilancio europeo (impostato su massimali predefiniti), si prospettano maggiori margini d’azione perché la Commissione europea possa reagire tempestivamente e con dotazioni finanziarie adeguate a crisi ed eventi imprevisti.
Vediamo nel dettaglio le 4 rubriche previste dalla Commissione:
- La prima (che prevede 865 miliardi a prezzi correnti, quasi la metà dell’intero bilancio) raggruppa 14 fondi esistenti (tra cui le risorse per agricoltura, coesione territoriale, sviluppo regionale, pesca e sicurezza interna) in fondi unici nazionali (i Piani di Partenariato Nazionali e Regionali, PPNR), condizionando la loro erogazione al raggiungimento degli obiettivi, alle riforme, e al rispetto dello stato di diritto. Con la modifica del sistema di governance, la Commissione punta ad armonizzare le politiche comuni, anche se ha attirato le critiche di Parlamento, Comitato delle Regioni e Comitato Economico e Sociale Europeo sui rischi di marginalizzazione dei territori nella pianificazione.
- Segue il Fondo europeo per la competitività, che, includendo il programma Orizzonte Europa per la ricerca e l’innovazione, arriva a 590 miliardi a prezzi correnti (PC).
- Lo strumento Europa Globale include i finanziamenti per l’azione esterna dell’UE suddivisi per 6 aree geografiche, finalizzati ad esempio alla cooperazione allo sviluppo, aiuti umanitari e assistenza agli Stati candidati all’ingresso nell’Unione. L’importo proposto è di 200 miliardi a PC.
- 118 miliardi a PC per la pubblica amministrazione europea e 168 miliardi a PC per il rimborso del debito del NGEU (anche se il Parlamento europeo e alcuni Stati membri vorrebbero escluderlo dal prossimo QFP).
Infine, la Commissione ha proposto 5 nuove fonti di gettito per l’Unione (le cosiddette “risorse proprie”) per pesare meno sui bilanci degli Stati membri, tale da raccogliere circa 60 miliardi di euro l’anno:
- Il sistema di scambio delle emissioni (ETS), ossia la tassazione delle industrie inquinanti.
- Il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), cioè dazi specifici su merci importate da Paesi extra-UE che non hanno le stesse regole di riduzione delle emissioni.
- Una tassa sui rifiuti elettronici non differenziati.
- Accise sul tabacco.
- Una tassa alle grandi aziende che fatturano più di 100 milioni di euro l’anno.
Nel frattempo, il Parlamento ha espresso la propria posizione e il Consiglio dell’UE ha proposto delle modifiche al ribasso rispetto alla bozza della Commissione. Seguiranno difficili negoziati per trovare l’unanimità tra gli Stati membri, auspicabilmente entro la fine di quest’anno, dato che l’alto numero di elezioni previste nel 2027 (tra cui Italia, Spagna, Francia e Polonia) renderebbe più complesso il raggiungimento di un accordo.
Per approfondire:
Valutazione della proposta della Commissione per il prossimo QFP (Buti-Papaconstantinou)













