Unione Europea e il prezzo della guerra

9

Già languiva tra mille incertezze l’economia dell’Unione Europea e non aveva certo ancora bisogno della guerra scatenata da Stati Uniti ed Israele contro l’Iran. Una guerra della quale l’Europa non era stata informata e nella quale ha finora evitato di farsi coinvolgere, pagandone un pesante costo economico oltre che un prezzo politico.

Ha certificato tutto questo l’atteso rapporto della Commissione europea sulle previsioni economiche per il 2026 e per il 2027 e purtroppo non sono state buone notizie, nonostante una valutazione tendenzialmente ottimista dell’esito della crisi bellica in cui si è intrappolato Trump e delle sue  conseguenze sul medio termine. Tradotto: difficilmente per l’economia europea andrà meglio, più probabile che vada peggio, vista la prevedibile imprevidibilità di Trump che non passa giorno senza creare nuovi problemi all’Unione Europea.

Premesso tutto questo per ragioni di prudenza, lasciamo parlare i numeri ma senza dimenticare che si tratta di previsioni che, confrontate a quelle del passato, sono suscettibili di regolari peggioramenti in questi tempi turbolenti.

La provvisoria buona notizia è che nel biennio in esame, salvo peggioramento del contesto internazionale, non è prevista recessione ma una riduzione strisciante del tasso di crescita globale che scende nell’area euro allo 0,9% già quest’anno per risalire nel 2027 all’1,2%. Si tratta di una previsione di crescita modesta che si accompagnerà però con un aumento dell’inflazione, trainata dai prezzi dell’energia, prevista al 3% nel 2026 e in riduzione al 2,3% solo nel 2027. 

Anche la crescita modesta dello 0,5% dell’occupazione nel 2025 si riduce quest’anno allo 0,3% per risalire appena allo 0,4% nel 2027. 

Complessivamente, come si vede, troppi zero-virgola nelle tendenze positive a fronte di percentuali molto più alte dell’inflazione. Un quadro che si aggrava per alcuni Paesi, in particolare Germania e Italia, che nel biennio 2026-2027 restano inchiodati allo zero-virgola per la crescita: la prima che passa dallo 0,6% del 2026  allo 0,9% nel 2027 e l’Italia, ultima nella classifica di crescita nell’Unione Europea, che passerebbe dallo 0,5% allo 0,6%. 

Se a queste sconfortanti previsioni di crescita si aggiungono le percentuali del debito pubblico l’Italia è tristemente l’ultima della fila, con un debito pubblico nel 2027 al 139,2%, notevolmente più alto di quello della Grecia, ma incomparabile rispetto alla Germania il cui debito pubblico è previsto nello stesso anno al 68%, meno della metà di quello italiano.

Sono questi anche i numeri che aiutano a capire la cautela da parte dell’Unione Europea nel rispondere alla richiesta italiana di maggiore flessibilità per la spesa, compresa quella energetica, dietro alla quale sono in molti a intravvedere un aumento della spesa corrente indotta dalla vigilia elettorale.

Non solo Bruxelles ritiene che non sia il momento di consentire, come previsto solo in caso di recessione, una deroga generale al Patto di stabilità, vagheggiato dal governo, ma l’Italia è messa in guardia anche dalla tentazione di attivare la clausola di salvaguardia nazionale che i mercati potrebbero leggere come un azzardato rischio finanziario, aggravato da un prevedibile aumento del costo per interessi del debito pubblico che, già oggi, pesa sul bilancio italiano attorno agli 80 miliardi di euro l’anno.

Nel linguaggio molto sorvegliato della Commissione europea non si citano nomi e cognomi ma lasciano intravvedere chiaramente a quali Paesi a rischio finanziario si pensa quando il responsabile per gli Affari economici UE dichiara: “Le finanze pubbliche solide sono risorse essenziali per preservare la stabilità macroeconomica in un mondo sempre più imprevedibile e difficile”.

Chi vuol capire capisca, altrimenti non mancheranno presto di spiegarlo a Roma i “Paesi frugali”, con la Germania in testa, come già sta avvenendo.  

Articolo precedenteAccordo UE-USA: raggiunto il consenso politico sull’abbattimento dei dazi
Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here