Unione Europea verso la linea del fronte

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Solo una coincidenza del calendario istituzionale comunitario ha portato nei giorni scorsi per un vertice informale il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo a Cipro, non lontano dal fronte caldo del Medio Oriente in guerra. Cipro era stata scelta come luogo della riunione soltanto perché il Paese detiene la presidenza semestrale del Consiglio UE, ma i temi all’ordine del giorno traducevano in gran parte le preoccupazioni dei Ventisette per le guerre in corso, con l’obiettivo di prepararsi ad un futuro incerto per la sicurezza del continente.

Tra gli argomenti principali sul tavolo il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia, le regole di reciproca difesa per i Paesi dell’UE, oltre un confronto sulle risorse per alimentare il Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2028-2034 e su come affrontare i rischi incombenti di crisi economica.

Il sostegno all’Ucraina ha segnato un momento importante con la decisione di attivare il debito comune europeo di 90 miliardi di euro in favore di Kiev, bloccato dal dicembre scorso da Viktor Orban, finalmente uscito di scena dopo la clamorosa sconfitta elettorale del 12 aprile.

Meno bene è andato il confronto sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, sollecitato da Zelensnky in tempi brevi ma ritardato ancora da molti nell’UE, nel quadro di una politica di allargamenti che deve anche fare i conti anche con i Paesi balcanici, in attesa di aderire da oltre vent’anni.

Sul tavolo a Cipro, bersaglio di un drone iraniano, c’era anche l’art. 42.7 del Trattato di Lisbona, che prevede un obbligo di mutua assistenza tra i Paesi UE in caso di aggressione. Vale la pena citare integralmente il paragrafo: “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità con l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di alcuni Stati membri. Gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell’ambito della NATO che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l’istanza di attuazione della stessa”.

Come si vede si tratta di un quadro complesso di responsabilità condivise tra i Paesi UE, vincolate alla NATO, con l’eccezione degli Stati UE che di questa non fanno parte: è il caso di Austria, Cipro, Irlanda e Malta. Non proprio un articolo di facile interpretazione per i vincoli che prevede e la flessibilità che consente ad alcuni Paesi membri, quanto basta per intrattenere una nebbia permanente sulle alleanze effettivamente attivabili in caso di aggressione, tenuto conto anche dell’incertezza sul futuro della protezione NATO.

A questo si aggiungono nodi mai sciolti, come a chi tocchi nell’Unione Europea prendere le decisioni e le misure che si impongono: se alla Commissione europea o al Consiglio dei ministri oppure ai singoli governi degli Stati membri, con un’incertezza di ruoli che non è rassicurante. 

Sul versante finanziario ed economico si è trattato ancora di un confronto aperto ad esiti diversi. Sul futuro bilancio dell’Unione Europea pesa la scarsità delle risorse previste per il periodo 2028-2034 e la pressione del Parlamento che ne chiede un significativo aumento, nell’ordine di un 10% aggiuntivo, portando la dotazione attualmente proposta da 2000 a 2200 miliardi di euro.

Quanto alle risposte da attivare per contrastare le prospettive di una crisi economica incombente l’orientamento prevalente resta quello di non derogare al Patto di stabilità ma piuttosto di consentire un alleggerimento ai vincoli degli aiuti di Stato, per chi se lo potrà permettere: un’opportunità esclusa per l’Italia, confermata nella procedura per infrazione da deficit eccessivo e zavorrata da un debito pubblico in crescita.   

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