Nell’Unione Europea a geometrie variabili si è fatto un gran parlare, in occasione lo scorso 12 febbraio dell’incontro straordinario del Consiglio europeo, di una nuova intesa tra Germania e Italia, quasi una edizione aggiornata della mitica coppia Germania-Francia da lunghi decenni alla guida del processo di integrazione europea. È presto per fare pronostici, ma non è troppo tardi per provare a capire forza e debolezze di un’alleanza, in parte nuova nella storia dell’UE, senza dimenticare l’esperienza infelice di un passato vissuto con l’asse italo-tedesco del ventennio fascista.
Quella pagina vergognosa è stata girata da tempo, anche se con qualche postumo in entrambi i Paesi, e la comune avventura di due democrazie ritrovate all’indomani della Seconda Guerra mondiale ha certamente creato un quadro politico nuovo, anche se non necessariamente sempre convergente.
Resta che, in questa Unione Europea incompiuta, con la Germania si è sempre dovuto fare i conti, ma un conto è farli se si è l’Italia o la Francia, Paese uscito dalla guerra con un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e unica potenza nucleare dell’UE in grado, fino in tempi recenti, di bilanciare la potenza economica e finanziaria della Germania. Molto è cambiato da allora: la Francia, con un presidente “anatra zoppa” al tramonto, si è politicamente e finanziariamente indebolita, la Germania si sta avviando ad un suo proprio rafforzamento militare che sta modificando in profondità i rapporti nella coppia franco-tedesca.
Si colloca in questo contesto il nascente idillio tra Roma e Berlino: due realtà a forte asimmetria finanziaria, economica e militare ma interessati al momento a dialogare in un paesaggio politico di centro-destra, anche se non del tutto convergente.
Dove i due Paesi sembrano tra l’altro provvisoriamente convergere è nell’arena europea, sul fronte del “federalismo pragmatico” invocato da Draghi, ma interpretato diversamente da Merz e Meloni, per loro più pragmatico che non federalismo, in una fase politica dove si profila la prevalenza di un’Europa confederale e intergovernativa piuttosto che un’Unione federale e comunitaria.
Nel documento congiunto italo-tedesco non è difficile intravedere un ritorno in forza degli Stati nazionali alle leve di comando dell’Unione Europea, limitando i ruoli di due Istituzioni a prevalenza sovranazionale come il Parlamento e la Commissione europea.
Si tratta di un orientamento non gradito ai Paesi più piccoli, già tagliati fuori da una nuova geometria di prevalente profilo economico a sei Paesi, promossa dalla Germania con Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi.
E non aiuta il disaccordo tra questi Paesi, dove alcuni si esprimono in favore di un debito comune europeo, come la Francia con l’Italia e la Spagna e contro Germania e Paesi Bassi.
In questa gran confusione sotto i cieli europei si legge sotto traccia la difficoltà dell’UE a diventare una vera Unione, aggravata dalle diverse valutazioni dei suoi Paesi membri sulla stato delle relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti di Donald Trump.
Per ragioni diverse sperano ancora nelle relazioni transatlantiche Germania, Italia, Polonia e Paesi baltici, mentre non è il caso per Francia e Spagna.
Riemergono in questa nebbia politica le “cooperazioni rafforzate” invocate da Draghi per accelerare, con chi ci sta, le decisioni politiche urgenti e far ripartire la macchina comunitaria inceppata dal voto all’unanimità, ma guardate con favore da Germania e Italia per rafforzare invece in potere degli Stati nazionali: due visioni con strategie divergenti, una in favore di un’Unione Europea federale e l’altra per un’Europa intergovernativa.
Non proprio un concerto nell’UE chiamata ad interpretare armoniosamente uno stesso spartito, ma una banda di musicanti che invece di suonare per una nuova Unione rischiano di essere suonati dai predoni globali del momento.













