29 agosto: Giornata internazionale contro i test nucleari

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L’ONU ricorda il 29 agosto come la Giornata Internazionale contro i test nucleari, data scelta per commemorare la chiusura del sito sovietico di Semipalatinsk in Kazakistan e per rinnovare l’appello globale a porre fine agli esperimenti che hanno segnato e contaminato intere regioni del pianeta. La ricorrenza, istituita dall’Assemblea Generale nel 2009, invita governi, organizzazioni e cittadini a riflettere sugli effetti ambientali di oltre duemila test nucleari condotti a partire dal famoso 16 luglio 1945, giorno in cui “Trinity” – il primo test nucleare al mondo – venne condotto dagli Stati Uniti nel deserto di Alamogordo nell’ambito del Progetto Manhattan.

Il sito di Semipalatinsk, chiuso il 29 agosto 1991, rimane un simbolo della sofferenza causata dai test: decine di migliaia di persone sono state esposte a radiazioni che hanno generato ondate di malattie, anomalie congenite e danni ambientali duraturi. Quella data è diventata, dunque, un punto di riferimento per la mobilitazione internazionale in favore del disarmo e della giustizia per le vittime.

Oggi la discussione si è ampliata: oltre alla ratifica del Trattato di Proibizione Completa degli Esperimenti Nucleari (Comprehensive Nuclear-Test Ban Treaty, CTBT) – ancora non pienamente entrato in vigore – si affiancano le richieste di Stati e società civile per misure di riparazione e bonifica dei territori colpiti e per un rinnovato impegno verso trattati che proibiscano le armi nucleari nella loro totalità. Il dibattito si intreccia con le istanze dei Paesi del Pacifico e di altre comunità direttamente colpite, che chiedono riconoscimento e sostegno concreto.

In occasione della Giornata, l’ONU e numerose organizzazioni internazionali promuovono eventi di sensibilizzazione, campagne educative e appelli politici rivolti a impedire qualsiasi ritorno a test esplosivi che potrebbero riaccendere gare armamentistiche e aggravare le crisi umanitarie e climatiche.

Tuttavia, a mio avviso, un vero cambiamento verso il disarmo nucleare resta difficile finché Paesi come gli Stati Uniti mantengono arsenali consistenti – la dotazione statunitense di armi nucleari supera le 5500 unità se si includono quelle ritirate in attesa di smantellamento –. Questa realtà alimenta la logica della deterrenza e indebolisce gli appelli multilaterali se non è accompagnata da riduzioni verificabili da parte dei maggiori detentori. Senza che Washington e gli altri grandi arsenali traducano impegni politici in tagli concreti e trasparenti – ad oggi, fantapolitica –, il disarmo rischia di restare soprattutto simbolico. Per questo la responsabilità dei principali possessori è condizione necessaria – non solo morale, ma pratica – per rendere credibile la via verso un mondo senza armi nucleari.

Per approfondire: il commento delle Nazioni Unite

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