«Flexicurity»: missione possibile per l’UE?

2200

Dopo il tanto discusso Libro Verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro nell’UE, pubblicato dalla Commissione europea nel novembre 2006, lo scorso 27 giugno l’esecutivo europeo ha reso nota una Comunicazione che rappresenta la seconda tappa di un percorso che si dovrebbe chiudere con un documento previsto per il Consiglio europeo del prossimo dicembre. L’obiettivo della Commissione è indicare agli Stati membri dell’UE linee guida e principi comuni che permettano un adattamento della Strategia europea per la crescita e l’occupazione (Strategia di Lisbona) alle nuove sfide derivanti dalla globalizzazione economica, le quali hanno evidenti ricadute sul mercato del lavoro europeo in termini economici e sociali. La parola chiave di questo nuovo approccio proposto dalla Commissione è la «flexicurity» (flessicurezza in italiano), un principio ambizioso ma di difficile applicazione a cui è dedicata interamente la Comunicazione di fine giugno.
Definire strategie comuni che prevedano allo stesso tempo più flessibilità   nei rapporti di lavoro e maggior sicurezza per i lavoratori è fondamentale per promuovere la competitività  , l’occupazione e la soddisfazione di datori di lavoro e lavoratori, sostiene la Commissione europea. I problemi di fondo sono perಠvari e di difficile soluzione: trovare una mediazione virtuosa tra interessi storicamente opposti, armonizzare mercati del lavoro profondamente diversi per caratteristiche e regole, mantenere un livello condiviso di diritti, garantire una copertura finanziaria, solo per indicare i principali. Va poi considerato che nel rapporto tra flessibilità   e sicurezza le condizioni di partenza non sono eguali: finora si è assistito in Europa a una sorta di «gioco a somma zero» in cui all’evidente aumento di flessibilità   è corrisposta una diminuzione della sicurezza e, di conseguenza, una forte crescita della precarietà  .
Fin dall’inizio degli anni Novanta, infatti, in tutta Europa sono state avviate riforme della legislazione sulla tutela dell’occupazione che hanno riguardato soprattutto l’«ammorbidimento» delle norme esistenti al fine di favorire la diversità   contrattuale. L’intenzione era di sviluppare forme di occupazione più flessibili con una minore tutela contro il licenziamento, nella convinzione che ciಠavrebbe facilitato l’ingresso nel mercato del lavoro di coloro che si trovano in posizioni svantaggiate e dato loro maggiori opportunità   e possibilità   di scelta. Questa generale ricerca di flessibilità   ha perಠcreato mercati del lavoro sempre più segmentati. I contratti a tempo determinato, a tempo parziale, di lavoro «intermittente», a «zero ore», quelli proposti ai lavoratori reclutati da agenzie di lavoro o ai lavoratori indipendenti, costituiscono oggi «parte integrante delle caratteristiche dei mercati del lavoro europei», come osserva lo stesso Libro Verde sul diritto del lavoro. I cosiddetti contratti «atipici» sono ormai «tipici» e oltre il 40% della forza lavoro europea è oggi reclutata con tali modalità  . Mercati del lavoro sempre più flessibili nei Paesi dell’UE hanno sì contribuito alla creazione di nuovi posti di lavoro, ma contemporaneamente hanno accresciuto la precarietà   e l’insicurezza dei lavoratori alle prese con le nuove forme contrattuali, soprattutto i giovani, le donne e i lavoratori più anziani.
Secondo la Commissione europea, flessibilità   e sicurezza possono rafforzarsi reciprocamente. A questo scopo individua alcuni ambiti in cui gli Stati membri dell’UE dovrebbero concentrare le politiche di flexicurity: «rafforzare l’attuazione della strategia per la crescita e l’occupazione e corroborare il modello sociale europeo; trovare un equilibrio tra diritti e responsabilità  ; adattare la flexicurity a esigenze e sfide diverse che gli Stati membri si trovano ad affrontare; ridurre il divario tra coloro che hanno un’occupazione atipica, a volte precaria («outsider»), e coloro che hanno un’occupazione permanente («insider»); sviluppare la flexicurity interna ed esterna, aiutando i lavoratori ad avanzare nella carriera (interna) e a progredire attraverso il mercato del lavoro (esterna); sostenere la parità   dei generi e promuovere le pari opportunità   per tutti; produrre politiche equilibrate per determinare una situazione che vada a vantaggio di tutti e alimentare un clima di fiducia tra le parti sociali, le autorità   pubbliche e gli altri interessati; assicurare un’equa distribuzione di costi e benefici derivanti dalle politiche di flexicurity e contribuire a politiche finanziarie valide ed economicamente sostenibili».
La risposta dei sindacati europei alle proposte della Commissione è stata chiara e densa di preoccupazione per un approccio basato su un «pregiudizio ideologico» che minaccia il modello sociale europeo. Secondo la Confederazione Europea dei Sindacati (CES), infatti, la Comunicazione e il Libro Verde della Commissione vanno in senso contrario all’assicurazione di protezione e stabilità   dell’occupazione: «Siamo preoccupati per l’aumento del lavoro precario in Europa. Concedere alle imprese più libertà   nei licenziamenti, cosa che sembra essere al centro della Comunicazione della Commissione, non potrà   che aggravare la situazione. Migliori impieghi, di migliore qualità  , rappresentano la vera soluzione alla segmentazione del mercato del lavoro e all’esclusione sociale e non più lavori precari per tutti», ha dichiarato il segretario generale della CES, John Monks. Preoccupazione simile a quella espressa dal Parlamento europeo, che votando un documento in materia lo scorso 18 giugno ha sottolineato la centralità   del lavoro a tempo indeterminato, ribadito la necessità   della lotta a lavoro sommerso e precarietà   e confermato l’importanza del diritto del lavoro collettivo, affermando il ruolo imprescindibile del sindacato e della contrattazione collettiva.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here