Economia collaborativa e piattaforme connesse

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La discussione sulle piattaforme collaborative, sulla loro legittimazione, utilizzo e natura è di forte attualità, tema in bilico tra principi quali circolarità, equità, redistribuzione e innovazione da un lato e precariato, speculazione, dumping sociale ed economico dall’altro.

Ma cos’è l’economia collaborativa? Una generosa definizione la dipinge come “un sistema economico di reti e mercati decentrati che sfrutta le attività inutilizzate facendo corrispondere richiesta ed offerta, bypassando gli intermediari tradizionali”.

Oggigiorno si contano tantissime realtà di questo tipo, quali Blablacar, Deliveroo, Airbnb,.. e il contesto attorno al quale si sviluppano, si fa ampio e complesso. Il confine tra attività che permettono di garantire servizi, non a titolo di gratuità, ma che conservano le peculiarità della condivisione e il rischio di fomentare il problema della concorrenza sleale e della mancanza di garanzie nel mondo del lavoro, è molto sottile e facilmente valicabile.

A metà giugno il Parlamento ha approvato una risoluzione sull’agenda europea per l’economia collaborativa volta ad orientare l’indirizzo delle attività nazionali, a favore delle nuove piattaforme, giudicate un’occasione per promuovere opportunità lavorative, modalità flessibili di impiego e nuove forme di reddito.

Fermo restando che la popolarità di questo fenomeno è in continua evoluzione e difficilmente classificabile, solo a livello europeo le transazioni effettuate con l’ausilio di tali piattaforme è passato dai 10 milioni di euro del 2013 ai 28 milioni di euro nel 2015. Un europeo su due conosce questi mezzi e uno su sei li usa abitualmente; maggiormente coinvolta è la fascia di età tra i 25 e i 39 anni, seguita da quella tra i 40 e i 55. In testa stati come Francia, Irlanda e Lettonia e settori quali abitazioni e affitti, crowfounding e prestiti, trasporti e lavoro on line a diverso livello di specializzazione.

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