Unione Europea, vittima colpevole della guerra

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È una delle conseguenze delle guerre provocare vittime, una volta prevalentemente tra i militari, da tempo in misura crescente tra i civili. Ma le guerre provocano anche vittime collettive, come la distruzione di intere comunità, la deportazione di gruppi etnici, la demolizione di imperi e la decostruzione di Stati. Senza contare che con le vittime innocenti ve ne sono anche di colpevoli.

La guerra russa all’Ucraina ha molto da insegnarci su questa valanga di conseguenze che fanno precipitare costruzioni pubbliche costruite con fatica nel tempo, come nel caso delle crepe che si stanno manifestando nell’Unione Europea, per non dire dell’intero Occidente, finora protetto dalla leggenda di una sorprendente compattezza nella risposta all’aggressione russa.

Ma non allarghiamoci e guardiamo solo a quanto accade ai 27 Paesi UE, questo frammento del continente europeo, da oltre settant’anni al riparo dalla guerra, quella che dopo averne lambito i confini con il conflitto nella ex-Jugoslavia, la sta mettendo sotto pressione alla frontiere dell’Ucraina.

All’indomani dell’invasione dell’Ucraina l’Unione Europea, dopo aver sottovalutato le irruzioni russe in Georgia nel 2008 e in Crimea nel 2014, ha sperimentato come la paura non facesse 90 ma 27: il numero dei suoi frammenti perennemente incapaci di ricomporsi in una comunità, al punto di avervi addirittura rinunciato al nome. Tra i più impauriti i Paesi reduci dalla disgregazione dell’Unione sovietica, in particolare quelli che con la Russia condividono una scomoda frontiera, ma via via anche gli altri in un gioco di domino senza fine.

Dopo l’immediata e generosa apertura della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per una ravvicinata adesione dell’Ucraina all’UE abbiamo assistito a un rapido raffreddamento di questi sentimenti: già un primo segnale che gli Stati membri divergevano non solo su visioni della futura Unione, ma anche su concreti interessi immediati. 

La fatica nella progressione delle sanzioni ha messo a nudo le divergenze nell’UE, consegnandoci una mappa molto frammentata di un attore già debole, e ulteriormente indebolito dal ricatto russo, rivelatore di colpevoli responsabilità nostre per quanto non siamo stati capaci di fare, in particolare dopo le occasioni offerteci dall’abbattimento del Muro di Berlino.

Ad inizio secolo, con il grande allargamento ad Est l’Unione Europea ha spinto i suoi confini fino a una Federazione Russa privata di una parte importante del suo spazio “imperiale” e mantenuta a distanza dal resto dell’Occidente, patendone un’umiliazione evitabile. 

Non che all’interno delle nostre frontiere sia andata molto meglio, incapaci come siamo stati di rafforzare la nostra coesione e la nostra democrazia in presenza di un ritorno vigoroso, e non solo da est, di pulsioni sovraniste che hanno contribuito a disarticolare ulteriormente un’Unione di Stati presunti sovrani e sempre meno Comunità di popoli.

E adesso non dobbiamo stupirci se l’Ungheria di Orban, sempre più lontana dai valori dell’Unione, non esita a ricattare l’UE, avvalendosi del diritto di veto e giocando una sua partita complice con Putin. Il fragile compromesso raggiunto in extremis dal Consiglio europeo di lunedì scorso sul limitato embargo al petrolio russo (ma con salvataggio fuori tempo massimo del patriarca Kirill) è però un risultato la cui modestia non è tutta da addebitare all’Ungheria, ma anche ad altri Paesi dell’est, in attesa di capire meglio la partita sottotraccia giocata anche dalla Germania.

Certo la Russia si è addossata in Ucraina una responsabilità che peserà a lungo nel suo futuro, ma non deve farci dimenticare le responsabilità che l’UE non ha assunto in un passato ad essa favorevole, quando la storia apriva un varco verso una pacifica riunificazione continentale adesso lontana.  

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