Unione europea-Polonia: diritto e rovescio

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Non è accertata la paternità, se di Curzio Malaparte o di Ennio Flaiano, ma chiaro è il concetto quando si dice che “l’Italia è la patria del diritto e del rovescio”. Sta diventando sempre più chiaro anche per l’Unione Europea, proprio sul fronte del diritto e del suo esercizio.

Scorre nelle vene dell’Europa ancora sangue romano, non quello dell’Urbe di oggi, ma quello del diritto che ha segnato la cultura europea e una civiltà delle regole che non poco ha contribuito prima  agli sviluppi dell’impero romano e, successivamente, alla convivenza tra le molteplici tribù dell’Europa.

Un orizzonte che ha ispirato, a metà degli anni ‘50, anche il progetto di integrazione europea con l’obiettivo di fare di questo continente litigioso una “comunità di diritto”, dove devono essere  salvaguardati i diritti fondamentali e la democrazia e dove il mercato è soggetto a regole che lo sottraggano alla sola legge della competizione.

Purtroppo settanta anni di vita comune non ci hanno ancora rassicurato sul rispetto di queste regole da parte di tutti e da sempre infrazioni alle normative interne all’UE sono oggetto di sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Da qualche anno però si vanno profilando contenziosi più seri su infrazioni che rischiamo di indebolire ed erodere lo Stato di diritto, quello affermato con chiarezza all’art. 1 del Trattato di Lisbona, attualmente in vigore: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani…”.

Si tratta di affermazioni impegnative che però ultimamente non sembrano impegnare alcuni Paesi UE, tra questi in particolare Polonia ed Ungheria, tra gli ultimi entrati nell’UE e ancora poco familiari con i valori dichiarati dai Trattati, anche per via delle esperienze autoritarie di cui sono state vittime ai tempi dell’Unione sovietica.

Sono anni ormai che questi due Paesi vengono richiamati all’ordine dalle Istituzioni europee che, ultimamente, hanno accompagnato ai contenziosi giuridici tra le parti anche misure di restrizione all’accesso dei Fondi europei in caso di non rispetto dell’art. 1 del Trattato. 

Un ultimo e più grave contenzioso è stato aperto nei giorni scorsi dalla Polonia a proposito della gerarchia tra le leggi nazionali e quelle europee, con la Corte costituzionale polacca che ha affermato il primato delle prime su quelle comunitarie, in contrasto serio con la giurisprudenza consolidata sostenuta dalla Corte di Giustizia europea. 

Qui non si tratta più di contenziosi sul merito dell’una o dell’altra normativa adottata dall’UE, ma di un attacco frontale alla “sovranità” della Corte europea con la conseguenza di mettere in crisi l’intero sistema giuridico dell’UE. E perché sia chiaro il nodo da sciogliere ci aiuta la stessa Corte polacca che, nel caso di una divergenza insanabile, evoca tre possibili scenari: una modifica della Costituzione nazionale, una modifica della legge europea o un’uscita dall’Unione Europea. 

Difficile muoversi tra Scilla e Cariddi, anche perché qui gli scogli non sono due ma tre e qualcuno comincia a pensare che il passaggio più praticabile potrebbe essere quello dell’ultimo scenario, quello di una “Polexit”, nuova puntata di secessione dopo Brexit, con la differenza che la Polonia – con l’80% dei suoi cittadini favorevoli all’UE – non è il Regno Unito, che pure sta pagando cara la sua uscita dall’UE.

Cresce da tempo nell’UE un rumore di fondo, quello della “Europa a più velocità”: la Polonia potrebbe dargli voce e qualcuno anche spazientirsi, come fu nel caso del presidente francese Jacques Chirac, quando ricordò al governo polacco che nell’UE non si sta solo per i soldi. Che poi, nel caso di un aggravamento del conflitto, potrebbero anche non arrivare. 

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