Unione Europea: 2020, la Ripartenza

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Nel bilancio di questo drammatico anno che si sta concludendo l’Unione Europea occupa un posto centrale tra le Istituzioni intervenute per contrastare la pandemia da Covid-19 e le traumatiche conseguenze sociali ed economiche che ne sono derivate.

A inizio anno a Bruxelles si era partiti col piede giusto con l’ambizioso programma presentato da Ursula von der Leyen, la nuova presidente della Commissione europea, in particolare con gli impegni in materia di politica ambientale. La macchina europea si era da poco rimessa in moto quando ha fatto irruzione il “cigno nero” della pandemia, un evento inatteso di enormi proporzioni e di forte impatto per il mondo e per l’Unione Europea, a cominciare proprio dall’Italia. La comprensione dello tsunami che si andava abbattendo in Europa non fu immediata, come non lo fu la risposta comunitaria sul versante sanitario, anche per le ridotte competenze dell’UE in materia di salute pubblica. 

Ne fu testimone anche la lentezza con cui si mosse il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, ciascun paese muovendo senza coordinamento, quando non addirittura contrastando il vicino, come nel caso della libera circolazione di presidi medici.

Solo progressivamente, nel corso della primavera, le Istituzioni UE sono scese in campo, a cominciare dalla Banca centrale europea che, avvalendosi della sua indipendenza politica e della procedura di decisione a maggioranza, ha rilanciato e rafforzato la politica monetaria espansiva avviata da Mario Draghi, superando ad oggi la soglia dei 2000 miliardi di euro in acquisto di titoli pubblici nazionali. Un soccorso ai Paesi con maggiori fragilità delle finanze pubbliche, esposte a livelli alti di “spread” e al rischio di tensioni sui mercati finanziari.

Poco dopo è stata la volta della Commissione europea che, forte del suo potere di iniziativa e grazie al sostegno del Parlamento di Strasburgo, ha contribuito alla sospensione della camicia di forza del Patto di stabilità e all’allentamento dei vincoli sugli aiuti di Stato e messo in campo i primi interventi economici, come nel caso del programma di sostegno alle casse integrazione europee.

Intanto andava maturando nel Consiglio dei governi nazionali una più adeguata percezione del dramma in corso che avrebbe portato agli interventi decisi nel Consiglio europeo di luglio sul  bilancio 2021-2027 e sullo strumento straordinario del Recovery Fund, dotato di 750 miliardi di euro da ricavare da un inedito debito comune europeo, il vero perno della svolta dell’UE.

Ci sarebbe ancora voluto del tempo per giungere a una decisione operativa su questo fronte, anche a causa delle resistenze da una parte dei Paesi “frugali”, guidati dall’Olanda, e del boicottaggio di Ungheria e Polonia, messesi di traverso con il ricatto dell’arma del veto. Situazione sbloccata dalla decisione, condivisa tra Parlamento e Consiglio europeo, nel corso di dicembre, consentendo alla “potenza di fuoco” dell’UE di tradursi in primavera nei primi soccorsi finanziari.

Raccontata così la cronaca essenziale dei mesi scorsi non rende giustizia né della complessità dei problemi che si sono dovuti superare né della valenza storica della svolta impressa a un’Unione Europea, risvegliata da un lungo letargo, e pronta adesso per una ripartenza che potrebbe rafforzare la dimensione federale in nome della solidarietà, valore fondativo dell’UE.

La storia trattiene dal cantare vittoria, ma insegna anche che, a più riprese, l’UE ha trasformato le sue crisi in progressi: quella del Covid-19 potrebbe essere l’occasione per una svolta verso il traguardo dell’Unione politica, senza la quale ripiomberemmo presto in tragedie ancora più grandi.  

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