Un’Europa senza politica estera?

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Con tutto quello che sta capitando nel mondo, in particolare nei dintorni dell’Europa, viene spontaneo chiedersi: «Ma l’Unione Europea ha una politica estera e di sicurezza?». A voler essere sbrigativi la prima risposta che viene in mente è negativa, per i più ottimisti potrebbe essere: «Qualcosa c’è, ma non si vede».

Volendo, per una volta, far parte di quest’ultima esigua squadra, e anche un po’ per andare contromano e contro ricorrenti luoghi comuni, verrebbe da dire che qualche embrione di politica estera si muove nell’UE, magari anche nonostante i Trattati, che ne regolano competenze e responsabilità. E di qui bisogna cominciare, dal Trattato di Lisbona attualmente in vigore, che ha sì un capitolo dedicato all’argomento (il Titolo V) però, a leggerlo bene, non offre molti varchi per azioni comuni dell’UE al di fuori dai propri confini.

Se infatti l’art. 21 è ambizioso nell’enunciazione dei principi sui cui “riposa” (sic!) l’azione dell’Unione sulla scena internazionale e gli obiettivi della sua cooperazione nell’ambito delle relazioni internazionali, tutte queste buone intenzioni vanno a cozzare con gli ostacoli, imposti soprattutto dalla Gran Bretagna ma non solo, per una loro eventuale implementazione. A spegnere ogni entusiasmo si incarica il successivo art. 22, affidando al Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo il compito di identificare «gli interessi e gli obiettivi strategici dell’Unione», vincolandone la decisione alla regola dell’unanimità e, quindi, condannandola alla ghigliottina del diritto di veto. Tradotto: nell’Europa intergovernativa vengono prima gli interessi nazionali e tanti saluti per una politica estera comune.

Nonostante questi limiti evidenti, imposti dalla tenace resistenza delle cosiddette “sovranità nazionali” a delegare questa competenza sensibile a un’autorità federale, alcuni passi avanti sono stati fatti. Tra questi la creazione di una figura istituzionale di ambizioso profilo, l’Alto Rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza, contemporaneamente vice-Presidente della Commissione europea e presente in seno al Consiglio dei Ministri, con il compito di tessere i rapporti internazionali e coordinarne gli orientamenti tra le due Istituzioni comunitarie in cui siede. Un compito che nel 2014 è stato affidato per cinque anni all’italiana Federica Mogherini, un incarico e un nome per i quali Matteo Renzi si è battuto con forza, rinunciando per l’Italia ad altri portafogli più appetibili, come quello dell’economia (che, visto lo stato dei conti italiani, risultava di accesso un po’ improbabile). Ad un anno di distanza da quell’affidamento di incarico si può tentare un primo bilancio su quanto accaduto. Per semplificare, e senza “gufare”, si potrebbe dire, che sul portafoglio scelto, Renzi non ha incassato molto, sulla figura della Mogherini sembra aver fatto un buon investimento, a giudicare dal suo dinamismo e dalla sua determinazione.

Purtroppo, come era ampiamente prevedibile, la sostanza della nascente politica estera europea è rimasta perlopiù allo stato di dichiarazione e pochi sono stati i passi avanti, se non nelle forme indirette della politica commerciale e della cooperazione con i Paesi terzi, grazie ai partenariati sottoscritti. Sospesa temporaneamente la dinamica degli “allargamenti”, una forma significativa ma limitata di politica estera, quest’ultima si è limitata a faticosi accordi, vincolati alla regola dell’unanimità, come nel caso del conflitto ucraino e il torturato processo delle sanzioni, che più di un Paese UE ha aggirato. Nessuna presenza sui teatri di guerra, delegati alla NATO, ma generosi tentativi di stimolare iniziative diplomatiche per mettere fine a conflitti, come in Libia, o prevenirne altri, come nel caso del contributo all’accordo sottoscritto con l’Iran e dove si è spesa efficacemente Federica Mogherini.

Un ruolo molto più difficile da svolgere nel caos politico siriano, dove gli ex-responsabili coloniali come la Francia e la Gran Bretagna pretendono muoversi autonomamente, senza i vincoli dell’UE, suscitando le giuste critiche di Matteo Renzi, ingenerosamente però irritato con la Mogherini per non aver associato l’Italia agli incontri a Parigi di Francia, Germania e Gran Bretagna su Siria e Libia, quasi che la sua nazionalità dovesse essere a servizio del governo che l’aveva proposta come responsabile europea di una ancora inesistente politica estera comune. Una reazione, quella di Renzi, di chiaro stampo intergovernativo che sembra confermare tutta la distanza che lo separa da un’Unione politica europea, pur invocata a parole.

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