Un semestre UE in cattive mani

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Una presidenza del Consiglio dei Ministri UE che cade male

L’Unione Europea è una macchina complessa. Nata all’inizio degli anni ‘50 con il nome di “Comunità europea” ha dovuto fin dall’inizio fare i conti con spinte diverse, tra gli interessi nazionali e l’obiettivo di realizzare una casa comune: ne è risultato un impianto appoggiato ad Istituzioni orientate a favorire il processo di integrazione come il Parlamento europeo, la Commissione e la Corte di Giustizia, ma costantemente frenate dal Consiglio dei Ministri schierato a protezione degli interessi nazionali.

Questo impianto istituzionale è fortemente evoluto nel tempo, diventando anche più complicato e poco leggibile per chi non è addetto ai lavori. Il Parlamento europeo ha visto progressivamente accrescere i suoi poteri, la Commissione non ha mancato a tratti di far sentire il suo potere di iniziativa e la Corte di affermarsi sempre di più come una sorta di “Corte costituzionale europea”.

Si è trattato di dinamiche che non potevano lasciare indifferenti i “guardiani nazionali” che hanno via via anche loro aumentato il loro potere, del quale detenevano fin dall’inizio una quota prevalente nel processo decisionale.

Una svolta importante si è registrata nel 1974 con la creazione del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, chiamato a definire priorità ed orientamenti politici generali dell’UE con decisioni adottate generalmente per consenso, solo raramente con voto o all’unanimità o a maggioranza qualificata. Non è senza significato che questa “invenzione” sia avvenuta contemporaneamente con l’avvio del processo che avrebbe portato nel 1979 alle prime elezioni del Parlamento europeo, quasi a bilanciarne – e contrastarne – l’aumentata legittimità e i conseguenti poteri. Questo supplemento di potere di profilo nazionale avrebbe poi pesato non poco su un’involuzione “intergovernativa” dell’Unione, rafforzando il potere di coordinamento del Consiglio dei Ministri presieduto a rotazione semestrale dai governi dei Paesi membri.

Dal 1° luglio di quest’anno è il turno di presidenza della Slovenia, un Paese di dimensioni modeste (poco più di due milioni di abitanti), tra gli ultimi entrati nell’UE con il grande allargamento del 2004, e adesso chiamato a coordinare i lavori di una Comunità di quasi 450 milioni di abitanti, seconda per popolazione dopo Cina e India. 

Colpisce la sproporzione tra queste due grandezze, ma è la regola ed è bene che venga rispettata, anche perché non bisogna dimenticare che siamo una “Comunità di minoranze”, terreno fertile per una nostra futura democrazia europea. Resta il fatto che questo turno di presidenza semestrale non sembra un buon viatico per questa nostra stagione politica alle prese con il rilancio della solidarietà europea per affrontare la crisi post-Covid e con l’avvio, il mese scorso, della Conferenza sul futuro dell’Europa e della nostra democrazia. 

Due ambizioni difficili da onorare per un Paese come la Slovenia, guidato da un governo di ispirazione sovranista, in scia a Polonia e Ungheria e, come questi, molto disinvolto in materia di rispetto dello Stato di diritto e di contrasto alla corruzione (non a caso è l’unico Paese a non aver ancora nominato i suoi due magistrati alla Procura europea), con un Premier non sconosciuto alla giustizia del suo Paese e, forse anche per questo, ostile alle funzioni superiori della Corte europea di giustizia.

Capita che la fortuna assista l’Europa: fu il caso del turno di presidenza tedesca, nel secondo semestre del 2020, quando venne adottato il Recovery Fund insieme con il bilancio 2021-2027; è ancora stato il caso con lo scorso semestre affidato al Portogallo, impegnato in particolare sui temi sociali; potrebbe ancora esserlo con il turno francese del primo semestre 2021, se Emmanuel Macron non sarà troppo condizionato dalle elezioni presidenziali del prossimo maggio. 

Con la speranza che nel frattempo l’Unione non perda quota e progredisca nella linea di volo imboccata dopo il positivo decollo dei  mesi scorsi.  

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