Un maggio per l’Europa

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Nel 2020 saranno settant’anni che Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese, rivolse il suo appello in favore di un progetto per il consolidamento della pace e l’unificazione europea.

Era il 9 maggio del 1950, pochi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, alla vigilia di quella che sarebbe stata la grande avventura della Comunità europea tenuta a battesimo, meno di un anno dopo a Parigi, con la creazione della CECA.

Quest’anno il 9 maggio, vigilia delle elezioni per il Parlamento europeo, è una data importante: l’occasione per un bilancio di quanto realizzato dall’Unione Europea e per un rilancio del processo di integrazione, grazie anche alla lezione impartita da Brexit e all’aggressività di Trump.

Il bilancio di questi primi settant’anni di vita dell’UE è largamente positivo: godiamo della più lunga tregua di pace in Europa, abbiamo sviluppato un grande mercato unico senza rinunciare a regole e diritti, restiamo ancora la prima potenza commerciale del mondo, condividiamo in diciannove Paesi la stessa moneta, abbiamo quasi quintuplicato il numero dei Paesi membri dell’UE e abbiamo salvaguardato, nelle turbolenze di una globalizzazione non governata, un sistema di welfare unico al mondo.

Non è meno importante aver proseguito in questi anni nella costruzione difficile di una “democrazia tra le nazioni”, un’esperienza inedita nella storia mondiale e andremo tra pochi giorni, con le elezioni europee, ad un eccezionale esercizio di democrazia transnazionale cui sono chiamati oltre 400 milioni di cittadini europei.

Abbiamo fatto molto, ma ancora molto ci resta da fare per raggiungere il traguardo di “Patria Europa”, verso il quale far convergere pazientemente le molte “patrie europee” delle nostre nazioni, proteggendole dai rischi che fanno loro correre i movimenti nazional-populisti diffusi in Europa.

Maggio è il mese che ci porta da una primavera, spesso turbolenta, a un’estate nella quale raccogliere i frutti di quanto seminato nei mesi più freddi: lo stesso potrà accadere, per l’Unione Europea, nei mesi e anni che verranno se non rinunceremo alla sfida lanciata il 9 maggio 1950 da Robert Schuman e che allora l’Italia non esitò a raccogliere, consentendo – come ci ricorda l’art. 11 della nostra Costituzione – a limitazioni di sovranità “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”.

Non è il momento di tornare indietro.

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