Un augurio di primavera per l’Unione Europea

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Ancora non accenna a finire l’inverno che sta attraversando l’Unione Europea, anche se un po’ ovunque cominciano a fiorire parole di speranza e voglia di rilanciare lo straordinario progetto di unificazione continentale avviato all’inizio degli anni ’50 e oggi messo a dura prova da movimenti populisti ed euroscettici all’interno dei 28 Paesi UE e minacciato dall’esterno dall’irruzione sulla scena mondiale del nuovo Presidente USA.

Il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, che si riunirà il 25 marzo a Roma per celebrare i sessant’anni del Trattato di Roma, sarà l’occasione per una diagnosi sul precario stato di salute di un’Unione provata da una lunga crisi economica e sociale e da forti scossoni politici e istituzionali – come nel caso di Brexit – ma anche per indicare una terapia che risponda alle carenze di una politica europea che ha perso la fiducia di molti suoi cittadini.

In questa situazione si stanno moltiplicando gli interventi che da più parti testimoniano un risveglio di attenzione verso il rilancio del progetto europeo, con alcune prime prese di posizione di responsabili politici in favore di una svolta da imprimere all’Unione Europea prima che sia troppo tardi.

In occasione del Vertice straordinario UE di Malta, a inizio febbraio, si era prima levata la voce allarmata del Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, e subito dopo quella della Cancelliera tedesca, Angela Merkel, che aveva evocato la possibile opzione di un’Europa a “più velocità”, provocando adesioni ed interrogativi tra i 27 Paesi UE preoccupati per il loro comune futuro. Dichiarazioni importanti sarebbero intervenute pochi giorni dopo, in un incontro a Berlino tra la stessa Merkel e il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, per precisare che la proposta non implicherebbe diversificazioni di fondo tra i 19 Paesi dell’eurozona.

Altri memorandum in proposito erano già circolati da parte di alcuni governi: tra questi quello italiano, con un documento su “Strategia europea condivisa per la crescita, austerità e flessibilità” contenente la proposta, evocata anche in Francia e Germania, di un “ministro europeo delle finanze”; più recente una dichiarazione comune dei governi del Benelux, tre Paesi fondatori dei quali uno, l’Olanda, alle prese fra pochi giorni con difficili elezioni politiche.

E’ della settimana scorsa il “Libro bianco sul futuro dell’Europa”, presentato al Parlamento europeo dal Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker: vi è stata evocata una molteplicità di scenari possibili per l’Unione Europea di domani. Si va da quelli rassegnati al “Si va anti così” o al funzionamento del solo “mercato unico”, fino a opzioni più ambiziose per consentire ai Paesi che lo vogliono di “fare di più” o di “fare meno in modo più efficiente” o provare ad alzare l’asticella per “fare molto di più insieme in tutti i settori politici”. Come si vede uno spettro ampio di scelte possibili che, per ora, la Commissione lascia sospese, affidandone la decisione al Consiglio europeo, si spera stimolato dal Parlamento europeo.

Ultima in ordine di tempo, ma non per importanza, l’iniziativa che ha riunito lunedì scorso a Versailles i massimi responsabili politici di Francia, Germania, Italia e Spagna. A parte la scelta del luogo, dove nel 1919 venne firmato, a conclusione della Prima guerra mondiale, un Trattato che non portò bene all’Europa, l’incontro fa seguito a quello avvenuto a Ventotene in agosto tra Renzi, Merkel e Hollande e conferma la volontà di questi Paesi a voler muoversi insieme per un rilancio dell’UE. Ai tre maggiori Paesi UE, dopo l’annunciata uscita della Gran Bretagna, è stata associata la Spagna, alla ricerca di un nuovo asse equilibrato tra centro-nord e sud e tra le famiglia politica dei popolari e quella dei socialisti europei.

Le dichiarazioni dei quattro leader non sono apparse rituali come spesso in passato. Tra esse, quelle del nostro Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni: “Abbiamo bisogno di un’Europa sociale, che guardi alla crescita e agli investimenti. Un’Europa in cui chi rimane indietro non consideri l’UE come una fonte di difficoltà ma come una risposta alle proprie difficoltà”.

Adesso speriamo che alle dichiarazioni seguano senza più tardare i fatti.

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