UE: quelli che remano contro

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La barca dell’Unione Europea si è appena disincagliata dai fondali sabbiosi sui quali si era andata arenando in questi ultimi anni di crisi, non solo economica, e già c’è chi a bordo si impegna a “remare contro”. A segnalarsi in questo esercizio sono in particolare – ma non solo – i quattro Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia), costituitosi all’indomani della dissoluzione dell’URSS e rimasto attivo all’interno dell’UE, anche dopo l’allargamento del 2004.

Per semplificare, si tratta di Paesi a forte dominante “sovranista” con una loro visione dell’UE molto diversa da quella dei Padri fondatori che avevano l’obiettivo di costruire una Comunità continentale a “sovranità condivisa”, nella prospettiva di un’Europa federale. Quel sogno di chi usciva dalle tragedie di due guerre mondiali andò presto a scontrarsi con le resistenze “sovraniste” di un Paese fondatore come la Francia, responsabile nel 1954 del fallimento della Comunità europea della difesa (CED) e si andò progressivamente illanguidendo con i successivi allargamenti della Comunità europea, prima con l’ingresso della Gran Bretagna nel 1973 e poi con il grande allargamento a est nel 2004.

Oggi a “remare contro” il progetto di un’Unione federale eccellono i due più importanti Paesi di Visegrad: Ungheria e Polonia, coalizzati tra loro per contrastare il processo di integrazione politica dell’UE, rifiutandone i valori fondanti della solidarietà e della democrazia.

Sul fronte della solidarietà basta pensare all’ostinazione con la quale alzano “muri” contro contenuti flussi migratori cui rifiutano accoglienza e questo nonostante vi fosse un impegno ad assumere la responsabilità di parziali “ricollocazioni”, tenuto conto anche delle ingenti risorse finanziarie che questi Paesi hanno ricevuto e continuano a ricevere dalla solidarietà del bilancio comunitario.

Ma forse inquieta anche di più il loro “remare contro” le regole della vita democratica europea, un impegno che pure hanno sottoscritto al momento del loro ingresso nell’UE. Ungheria e Polonia sembrano fare a gara ad abbattere in casa loro le fondamenta della democrazia, quali la separazione dei poteri e la libertà di espressione. In questa direzione non hanno esitato a modificare la Costituzione, come in Ungheria, o ad adottare leggi che modificano radicalmente l’impianto di uno Stato di diritto. E’ in particolare quanto avvenuto in Polonia in questi ultimi giorni con il voto di importanti riforme istituzionali che affidano al potere esecutivo il controllo sulla magistratura, la composizione della Corte costituzionale, al Parlamento quella del Consiglio nazionale della magistratura e al ministro della Giustizia la nomina dei presidenti dei tribunali di diritto civile.

Decisioni che hanno alimentato crescenti mobilitazioni popolari per chiedere la salvaguardia della democrazia riconquistata alla fine del secolo scorso e che hanno indotto il Presidente della Repubblica a porre, almeno provvisoriamente, il suo veto alle leggi votate in Parlamento. Un intervento volto a impedire che la Polonia diventi  “l’atomica dell’Europa”, una mina vagante che va ad aggiungersi all’azzardo di Brexit e allo scandalo del rifiuto dell’accoglienza ai migranti.

A Bruxelles le Istituzioni UE sono in allarme, al punto da armare il dispositivo per la salvaguardia della democrazia, quello previsto dall’articolo 7 del Trattato che potrebbe portare a sanzioni estreme, quali la sospensione per la Polonia del diritto di voto nella UE. “Potrebbe” portare a questo esito clamoroso, ma difficilmente vi porterà: per l’avvio della preliminare procedura di infrazione basterà infatti una maggioranza qualificata nel voto dei Paesi UE, per la sospensione sarà invece necessaria l’unanimità. La prima è possibile, la seconda sarà resa impossibile dalla complicità dell’Ungheria che difenderà la Polonia per difendere sé stessa e il progetto di “anti-Europa”, perseguito ormai con chiarezza dal Gruppo di Visegrad. In attesa che simili sanzioni diventino politicamente praticabili, potrebbero avere efficacia misure di riduzione dei fondi europei per questi Paesi, in particolare nel prossimo bilancio UE 2021-2027.

In questo quadro, al futuro dell’UE riflettano anche quei Paesi, come la Francia, che dicono di volere un’Europa federale e intanto non smettono di alzare bandiere nazional-sovraniste. O l’Italia, dove qualcuno sembra tentato, in questa logorante campagna elettorale, di prendere l’Unione Europea in ostaggio nella competizione con i nazional-populisti nostrani.

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