Tempo di muri nel mondo e in Europa

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Nel 1989 ci eravamo rallegrati (quasi) tutti per la caduta del Muro di Berlino: era stato costruito una trentina di anni prima, nel 1961, a segnare la divisione della Germania avvenuta nel 1949.

Nel mondo degli ultimi cinquant’anni quello di Berlino non era il solo muro. Per citare solo i principali, è di metà degli anni ’70 il muro che divide la Corea del Nord da quella del Sud, del 2002 quello tra Israele e Palestina e del 2006 quello tra Stati Uniti e Messico ed è in costruzione il muro di 4mila km destinato a sigillare i confini tra l’India e il Bangladesh.

In Europa il muro di Berlino non era il solo muro del secolo scorso. Già nel 1969 erano stati eretti 13 km di muro per separare, a Belfast, nella britannica Irlanda del Nord, i cattolici dai protestanti. È del 1974 la barriera che divide a Cipro greci e turchi, separando in due la città di Nicosia, unica capitale d’Europa divisa da un muro e del 1990 quello di Melilla e Ceuta per separare la Spagna dal Marocco.

Più vicino a noi, nel tempo e nello spazio, i muri in questi ultimi anni si stanno moltiplicando: è cominciata nel 2014 la costruzione del muro per bloccare tra la Bulgaria e la Turchia i flussi migratori provenienti da Est; a fine 2015 è iniziata la costruzione del muro tra Grecia e Macedonia ed è di pochi mesi fa la minaccia dell’Austria di erigere una barriera verso l’Italia.

Nella costruzione di muri e barriere interne all’UE si distingue in particolare, al confine con la Serbia, l’Ungheria dell’ultraconservatore xenofobo Viktor Orban e, recentemente, non vanno per il sottile né la Francia e la Gran Bretagna alle prese con barriere nel porto di Calais e la costruzione di un muro lungo l’arteria stradale vicina al campo “Giungla”, in corso di evacuazione in questi giorni.

Ma non ci sono solo i muri di mattone o il filo spinato

A dividere i popoli non ci sono solo i muri fisici. Funzionano anche quelli della burocrazia e della politica. Lo avevamo sperimentato anche noi cittadini comunitari fino ai primi anni ’90, quando ancora le frontiere non erano state aperte dal Trattato di Schengen (per l’Italia entrato in vigore nel 1995, dieci anni dopo la sua adozione dai primi Paesi UE).

Erano gli anni del completamento del mercato unico, il cosiddetto mercato senza frontiere che avrebbe dovuto portare a compimento il progetto di integrazione europea costruito sulle quattro libertà di circolazione: delle persone, dei beni, dei capitali e dei servizi. Un obiettivo realizzato quasi compiutamente, salvo per la libera circolazione delle persone: un segnale che sopravvivevano barriere tra i Paesi comunitari e che le frontiere non si rassegnavano a morire.

A cavallo del secolo le frontiere sembravano cedere il passo alla ripresa di un processo di unificazione continentale: è del 1990 la riunificazione tedesca e inizia nel 1991, con l’implosione dell’Unione Sovietica, un ampio processo di riunificazione dell’Europa con l’ingresso nell’UE, nel primo decennio di questo secolo, dei Paesi dell’Europa centrale e orientale.

A cavallo tra quel decennio e l’attuale, queste dinamiche prima rallentano e poi invertono il senso di marcia. Vi contribuiscono, a partire dal 2008, l’esplosione della crisi finanziaria ed economica, diventata rapidamente una crisi sociale e politica, portatrice di rischi di crisi istituzionali nell’UE, e il diffondersi di conflitti armati agli immediati confini dell’Europa, dall’Ucraina alla fascia sud del Mediterraneo fino all’area mediorientale.

Flussi migratori di rilevanti dimensioni si riversano su un’Europa stremata dalla crisi e percorsa da crescenti movimenti populisti ed euroscettici con frequenti inflessioni xenofobe, presenti praticamente in tutti i Paesi UE, da nord a sud.

Nelle elezioni europee del 2014 questi partiti hanno occupato circa un terzo dei seggi a Strasburgo, con una punta del 66% in Ungheria e percentuali tra il 40 e il 50% in Irlanda, Grecia, Bulgaria, Lituania, Repubblica Ceca e Polonia. Nella media europea si collocano l’Olanda, la Danimarca, l’Italia, la Francia, la Svezia e il Regno Unito. Non stupisce che in un simile paesaggio politico abbiano trovato terreno fertile ostacoli alla libera circolazione delle persone, con motivazioni che vanno dal timore per il mercato del lavoro a quello di rischi di turbolenze sociali fino all’incubo del terrorismo.

In un tale clima politico, oltre ai muri fisici citati prima, si diffonde la “paura dell’altro” e diventa forte la tentazione di cercare protezione nel mito della sovranità nazionale e nella difesa di una non ben precisata identità culturale: tutti ingredienti che si combinano per ridurre politiche di solidarietà e di accoglienza, nonostante che i numeri dei migranti in Europa restino sotto la soglia del 10% della popolazione residente nell’UE.

Il caso della Gran Bretagna e i risultati di Brexit ne sono una prova. Nel Regno Unito i cittadini stranieri non raggiungono il 10% della popolazione globale e solo poco più di una metà di essi proviene da Paesi extra UE. Nonostante questi numeri non proprio apocalittici il tema del rifiuto dei cittadini stranieri è stato il cavallo di battaglia vincente dei “brexisti”, ostili ad accogliere migranti extracomunitari ma anche a convivere – come avremmo capito poi rapidamente – con i loro concittadini europei. In discussione è finito quindi nel Regno Unito il principio generale della libera circolazione delle persone, ma con la pretesa di mantenere la libera circolazione di beni, capitali e servizi, soprattutto finanziari.

Resistono i muri della storia e tornano protagoniste le frontiere

Stiamo costatando quanto sia tenace la storia e quanto non siano ancora superate le ferite di un passato che in Europa ha conosciuto secolari conflitti, profonde divisioni e culture spesso in competizione ostile. Prendiamo coscienza che abitano l’Europa una pluralità di popoli europei, con gradi diversi di apertura/chiusura verso lo “straniero”, molti di essi sensibili alle sirene del populismo e tentati da derive xenofobe. Le conseguenze si registrano con più evidenza alle frontiere nazionali, tornate barriere per controllare e respingere, ma si manifestano anche all’interno della “sacra nazione”, con frequenti episodi di rottura di solidarietà, come abbiamo assistito ancora in questi giorni nella nostra provincia o nella mitica e accogliente Romagna, con le barricate di Gorino.

La pericolosità di questi muri diventa anche più grande quando vengono costruiti su “faglie sismiche” dell’Europa, quelle cicatrici ancora aperte lasciateci dalla nostra storia, antica e recente.

Tradizionale la faglia che attraversa il continente tra il nord, economicamente più sviluppato e di prevalente cultura protestante o laica, e il sud in cronico ritardo di sviluppo e fortemente segnato dalla tradizione cattolica: due mondi obbligati a convivere in un ridotto spazio geografico e a superare un passato di ricorrenti conflitti, spesso armati.

Più recente la faglia che attraversa verticalmente l’Europa, tra Paesi da decenni nell’Unione Europea a ovest e quelli a est, entrati nell’UE in questo inizio secolo, reduci dal lungo inverno sovietico. Ad aggravare questa faglia i Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca), gelosi della loro ritrovata indipendenza e ubriachi di una presunta “sovranità nazionale” a partire dalla quale vorrebbero riprogettare l’Unione Europea come una confederazione di nazioni sovrane e indipendenti.

Particolarmente pericoloso che proprio su queste diverse faglie, ad alto rischio sismico di disintegrazione, vengano eretti muri e collocati fili spinati: progettati per “fermare lo straniero” hanno come primo effetto quello di rompere la coesione interna dell’Europa, mettendo l’un contro l’altro i Paesi membri dell’UE e ristabilendo controlli alle frontiere con la sospensione – prolungata fino al febbraio 2017 – dell’accordo di Schengen.

Se poi a questi muri si aggiungono i contenziosi che si vanno diffondendo tra questi stessi Paesi UE e Bruxelles, dei quali l’attuale “braccio di ferro” con l’Italia è solo l’ultimo esempio, si ha un quadro inquietante di quanto sia diventata fragile la nostra casa comune, costruita non senza fatica in quasi settant’anni di vita.

Ricostruire la nostra casa comune

Negli anni cinquanta la casa comune europea puntava sul cemento della solidarietà tra i popoli d’Europa e rispondeva all’esigenza di salvaguardare la pace su un continente periodicamente devastato dalle guerre, con l’abolizione delle frontiere interne e il controllo di quelle esterne per governare flussi migratori che muovevano verso l’Europa, dopo esserne usciti negli anni precedenti.

Quella casa rischia oggi di andare a pezzi, costruita com’è su faglie antiche e recenti, con muri che pesano su una struttura ancora fragile, in assenza di politiche comuni quali quella fiscale, la politica estera e di sicurezza e un welfare convergente e con una dotazione di bilancio miserabile per politiche di solidarietà.

È venuto il momento, ed è già tardi, di ricostruire quella casa dalle fondamenta, raccogliendo i Paesi che condividono valori comuni e aderiscono al progetto di una futura Unione politica che dia compimento all’unione monetaria e la affianchi con una unione economica non solo di facciata.

In questa nuova costruzione ognuno è chiamato a portare il suo mattone: per definirne il progetto, misurarne gli equilibri, ripartirne gli spazi tra quelli comuni e quelli propri di ciascun Paese, disegnarne una struttura istituzionale che tenga conto delle esperienze e degli errori passati e interpreti correttamente la divisa europea dell’“unità nella diversità”.

Dovrà la nostra casa comune essere anche una casa accogliente, dove stare bene tra di noi ma anche con chi ci raggiunge, nel rispetto dei diritti e doveri, da altri Paesi, in particolare da situazioni di guerra e di povertà.

Il rispetto dei diritti di queste persone è anche una condizione per la salvaguardia dei nostri diritti, nella convinzione che se i diritti non sono universali allora sono privilegi, che prima o poi la storia finirà per travolgere.

Vengono in mente le parole di Bertolt Brecht:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Alcuni momenti dell’evento del 27 ottobre 2016: Abbattere i muri, ricostruire l’Europa.

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