Sinai, nuova frontiera del terrorismo?

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È in quella penisola semi desertica, carica di storia antica e moderna situata all’Est dell’Egitto e schiacciata fra il Canale di Suez ad Ovest e Israele e la Striscia di Gaza ad Est, che il 31 ottobre scorso un aereo russo è precipitato con più di 200 persone a bordo. L’ipotesi che si fa sempre più strada ma che stenta comprensibilmente a confermarsi è quella di un attentato terroristico e dell’esplosione di una bomba a bordo ad opera dei militanti islamici della “Provincia del Sinai”, affiliati ai jihadisti dello Stato islamico.

Se ciò venisse ufficialmente confermato, cosa non ancora avvenuta, le considerazioni e gli interrogativi suscitati da una tale strage sarebbero veramente molteplici ed inquietanti. In primo luogo è necessario considerare la posizione geostrategica del Sinai soprattutto nel più recente contesto storico dopo gli accordi di pace fra Egitto e Israele nel 1979 e dal conseguente ritiro di Israele dalla Penisola. Da quel momento in poi in particolare, il deserto del Sinai, vasto territorio abitato soprattutto da beduini e crocevia di molteplici traffici, è diventato un territorio politicamente abbandonato, privo della presenza delle Istituzioni egiziane e della garanzia dei diritti essenziali, ad eccezione della polizia, nonché terreno sempre più fertile per la crescita di una rivendicativa opposizione e di un terrorismo sempre più attivo.

Mentre fino al 2011 gli atti terroristici nel Sinai si limitavano ad attacchi contro i gasdotti che collegavano l’Egitto ad Israele, è nel 2013, col vento delle primavere arabe e con la conseguente situazione di incertezza politica e di sicurezza che si era venuta a creare nel Paese, in particolare dopo la destituzione da parte dell’Esercito del Presidente Morsi, che gli attacchi si moltiplicano e si inaspriscono, in particolare nelle zone Nord, Nord Est. A sud della Penisola invece si concentrano stazioni balneari ed ingenti investimenti turistici, necessari per dare fiato all’economia egiziana. Sharm el-Sheik ne è l‘esempio più evidente, su cui convergono ogni anno migliaia di turisti stranieri alla ricerca di una vacanza accessibile. Purtroppo la crescente insicurezza a cui deve far fronte l’Egitto sta avendo un impatto importante su questa preziosa fonte economica, deviando il turismo verso luoghi più sicuri. Fatte le dovute differenze, il pensiero corre infatti anche verso la storia recente della Tunisia e il ricatto politico ed economico messo in atto dal terrorismo in Medio Oriente.

Le altre considerazioni, se l’ipotesi del l’attentato venisse confermata riguardano, per prima cosa, l’evoluzione della strategia e dei mezzi di Daesh. Se, da una parte, si può considerare che un simile attentato esige cospicui fondi e forti complicità, dall’altra va sottolineato che Daesh avrebbe compiuto un passo avanti strategico di notevole importanza: non sarebbe più solo un gruppo di feroci tagliagole locali ma un’organizzazione dalle ambizioni terroristiche internazionali. Abbattere un aereo civile russo può significare infatti rispondere al recente ingresso militare della Russia accanto a Bachar al-Assad, ma significa anche rafforzare l’immagine di entrambi, agli occhi della comunità internazionale, nella lotta contro il terrorismo.

Forse non sapremo mai veramente cos’è successo all’aereo russo. Sappiamo tuttavia che lo scacchiere mediorientale diventa sempre più complesso. Ai suoi confini immediati l’Europa, in mancanza di una vera politica estera e di sicurezza comune, è purtroppo sempre più incerta e divisa di fronte alla sua crescente vulnerabilità.

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