Se il nazionalismo tracima nell’Unione Europea

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Nell’attuale congiuntura politica le nazioni tornano ad alzare la testa nell’Unione Europea e non solo. Non è una novità, ma con l’arrivo in Italia del nuovo governo è tornata frequente la parola “nazione” e non solo di una parola si tratta. 

Ne sanno qualcosa quanti, in vario modo, la evocano da tempo: senza precauzioni Paesi come Polonia e Ungheria, mentre tracce appaiono anche nelle recenti misure economiche della Germania e tensioni “nazionaliste” esplodono tra Italia e Francia.  E si potrebbe continuare anche con i “mitici” Paesi scandinavi, come testimonia l’avanzata dell’estrema destra in Svezia alle elezioni di settembre e il suo ingresso nel Parlamento danese con le elezioni del 1° novembre.

Molto si è scritto a proposito di questo ritorno: alcuni attribuendolo all’incapacità di governare la globalizzazione mondiale e le diseguaglianze che ne derivano, altri alla nostalgia per il passato e per il mito dei confini e altri ancora per la ricerca di un facile consenso da parte di forze politiche di colore populista. Probabilmente un po’ di tutto questo è all’origine di questo ripiegare di ciascun Paese su se stesso, quasi in una logica del “si salvi chi può”, pur sapendo che non ci sarà salvezza nel recinto angusto dei confini nazionali.

Inevitabile che questa tendenza incida sulla vita e sul futuro dell’Unione Europea, non soltanto per i nuovi equilibri politici che si fanno formando al suo interno, ma anche per una contaminazione delle stesse Istituzioni europee da parte del virus del nazionalismo con l’effetto paradossale di trasferirlo in un corpo “sovranazionale” come mira ad essere la costruzione comunitaria.

Ne è un esempio inquietante la mancata risposta europea al flusso di migranti che premono alle frontiere dell’UE, non solo a sud ma anche da est, nonostante un cordone di protezione che ne rallenta i movimenti, trattenendoli nei campi profughi, come nel caso della Turchia e della Libia. 

Sembra di assistere a un effetto cumulativo dei nazionalismi nazionali con la conseguenza di vedere l’Unione Europea assistere paralizzata ed impotente ad una vicenda che la riguarda direttamente, se valgono i valori di solidarietà e dello Stato di diritto iscritti nei primi articoli dei Trattati.

L’invenzione del mercato unico europeo aveva, tra le altre spinte, quella di impedire distorsioni di concorrenza con la libera circolazione di merci, servizi e capitali e i risultati positivi per l’economia si sono visti. Ma fin dal Trattato di Roma era prevista una quarta “libertà di circolazione”, quella delle persone realizzata però, e non senza difficoltà e ritardi, per i soli cittadini di nazionalità comunitarie. 

Resta da governare la libera circolazione di chi cerca rifugio, umanitario ed economico nell’UE, con un’assunzione di responsabilità da parte delle Istituzioni comunitarie, arginando le spinte nazionaliste dei Paesi membri e elaborando una politica migratoria comune in grado di regolamentare gli ingressi nei limiti consentiti e di sostenere percorsi di accoglienza e integrazione per quanti sono arrivati legalmente nei Paesi UE, dove devono poter liberamente circolare, orientandone la mobilità nel rispetto delle condizioni demografiche, economiche e sociali di ciascuno Stato membro, da sud a nord.

Non sarà un’impresa facile, ma non perseguirla sarà peggio: non solo per le condizioni indegne cui si costringono i migranti, ma anche per la perdita del contributo di risorse umane in grado di rivitalizzare l’esausta demografia europea e per la necessità di rispondere a bisogni inevasi del nostro mercato del lavoro, in difficoltà a coprire attività importanti, quando non essenziali per la nostra vita comune.

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