Quando la solidarietà divide e chiarisce

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Qualche giorno fa il Corriere della Sera, per illustrare un articolo dedicato a “La grande spaccatura” dell’Europa a proposito dell’accoglienza dei migranti e profughi, ha pubblicato un’illuminante carta dell’Unione Europea. Vi si distinguevano i diversi Paesi membri, ripartiti tra quelli delle “porte aperte”, i “moderati”, quelli delle “porte semiaperte” e dei “Paesi di frontiera”, i “duri” e quelli della “fortezza”. Carta certo approssimativa e cangiante ma anche parlante a chi la voglia ascoltare.

Nella lista dei “Paesi fortezza” erano collocati buona parte dei Paesi dell’Est, accolti nell’UE da una decina d’anni; subito dopo i “duri” (Gran Bretagna, Austria e Polonia), poi i “Paesi di frontiera” (Penisola iberica, Slovenia, Croazia, Grecia, Malta e Cipro, ma non l’Italia), quindi i Paesi delle “porte semiaperte” (Francia e Belgio), i “moderati (Olanda, Irlanda, Svezia e Finlandia) e, infine, tra i Paesi dalle “porte aperte”, l’Italia e la Germania.

Si può discutere di questa “mappa della solidarietà” a pelle di leopardo: sull’onda dell’emozione alcune posizioni stanno cambiando (è il caso dell’Austria e, forse in parte della Gran Bretagna), ma nella sostanza il messaggio è chiaro: la solidarietà sta spaccando l’Europa e, tutto sommato, non è una brutta notizia, come ogni volta che la chiarezza smaschera l’ipocrisia.

Lentamente, e con passo ancora incerto, si va disegnando quell’Europa a più velocità di cui si parla da tempo e che fino a poco tempo fa sembrava correre lungo il perimetro dell’euro, tra chi era dentro e chi era fuori. Un’aggregazione in gran parte confermata se si sommano i Paesi delle ultime quattro categorie, guidate dai Paesi fondatori. All’estremità opposta i Paesi entrati di recente, dopo l’abbattimento della “cortina di ferro”, di cui oggi sembrano avere nostalgia.

Ad oltre dieci anni di distanza da quell’allargamento e da quella storica “accoglienza” dei Paesi liberatisi dall’impero sovietico e dopo i significativi trasferimenti di risorse di cui hanno largamente beneficiato, si poteva sperare in un atteggiamento più aperto, capace di ricambiare la solidarietà ricevuta. Non è andata così, complici un esasperato senso della sovranità ritrovata e l’ossessione delle frontiere, oltre che delle paure cresciute in decenni per loro difficili. Bisognerà ancora far prova di pazienza, senza però sottovalutare i rischi che questi atteggiamenti possono far correre all’Unione Europea.

Una ragione in più, e di peso, perché i Paesi della solidarietà accelerino verso l’Unione politica, prima che i virus nazionalisti – come quelli dell’Ungheria di Orbán – infettino i Paesi ancora maggioritariamente sani e prima che da noi Salvini e compari condannino l’Italia a perdere terreno nella classifica della solidarietà e della lungimiranza politica, auspicata ancora recentemente dal Presidente Mattarella.

Altri elementi di chiarezza li forniranno imminenti consultazioni elettorali, come il referendum britannico sulla permanenza del Regno Unito nell’UE e le elezioni in Polonia, che potrebbero farla slittare su posizioni vicine a quelle ungheresi.

Più avanti, nel 2017, due altre consultazioni elettorali decisive per l’UE, in Francia e Germania, diranno quanta e quale Europa vorranno quegli elettori: nel primo caso per fermare o meno i nazionalisti del Fronte nazionale, nel secondo per confermare o meno le aperture del governo di coalizione guidato oggi – e forse ancora domani – da una sorprendente Angela Merkel, riluttante fino all’ultimo minuto e poi capace di imporre la sua leadership.

Che cosa farà l’Italia è, come sempre, difficile prevederlo. L’orientamento europeista dell’attuale coalizione di governo è fuor di dubbio, resta da capire meglio a quale Europa pensi Matteo Renzi, sempre sperando che ci pensi. Sarebbe bene che lo facesse e lo facesse sapere: l’Europa è probabilmente a una svolta e gli italiani – e con essi i nostri concittadini europei – hanno diritto di sapere verso dove ci incamminiamo.

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