Quando il conflitto israelo – palestinese va in scena all’UNESCO

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Non è la prima volta che il conflitto e i rapporti israelo-palestinesi sono oggetto di discussioni e risoluzioni in seno all’UNESCO, l’Agenzia dell’ONU che ha per missione la tutela del patrimonio culturale e religioso mondiale. A partire dal riconoscimento, nell’ottobre 2011, della Palestina come Stato e quindi come membro effettivo in seno all’organizzazione, le prese di posizione dell’UNESCO hanno spesso riacceso forti polemiche fra le parti in causa e evidenti disagi diplomatici a livello internazionale.

Ultime in data le risoluzioni adottate il 18 ottobre scorso dal Consiglio esecutivo dell’UNESCO e che portano sul tema sensibilissimo dei luoghi sacri di Gerusalemme, crocevia delle tre grandi religioni monoteiste, l’ebraica, la cristiana e la musulmana. Tre religioni che trovano nella Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio per gli ebrei) un luogo comune in cui affondano le rispettive radici religiose di un lontano passato e di un vivido presente.

Le risoluzioni adottate dall’UNESCO, di cui due si intitolano “Palestina occupata”, non mettono in discussione l’importanza di Gerusalemme per le tre religioni e, tantomeno oggi, il suo valore in quanto luogo sacro sia per gli ebrei che per i musulmani, ma rappresentano un forte richiamo ad Israele al rispetto degli accordi su Gerusalemme Est, la parte palestinese della città occupata da Israele nel 1967 e annessa in seguito, situazione considerata tuttora illegale da parte dell’ONU. Non per niente infatti nelle risoluzioni dell’UNESCO, Israele viene sempre definito come “potenza occupante”.

Il cuore delle risoluzioni tocca quindi il sensibilissimo tema dell’accesso alla Spianata delle Moschee e dei luoghi della zona circostante, come il Muro del Pianto, nominandoli nei testi praticamente solo in arabo, cosa che ha scatenato violente reazioni da parte di Israele, considerando tale approccio come una negazione dello storico legame fra gli ebrei e il Monte del Tempio.

Ma se queste risoluzioni possono urtare violentemente la sensibilità di Israele, tanto da provocare diplomatiche retromarce da parte di alcuni Paesi (l’Italia si è astenuta per poi esprimersi in favore di Israele) e la sospensione dei rapporti fra Israele e l’UNESCO, è altrettanto vero che i testi contengono sgradevoli verità che denunciano l’atteggiamento e la politica di Israele nei confronti di Gerusalemme Est, in particolare per quanto riguarda la violazione di quegli accordi secondo cui il Ministero giordano degli Affari islamici e dei luoghi sacri è chiamato ad esercitare l’autorità esclusiva sulla Moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al Sahrif. Sono violazioni che si sono intensificate a partire dal settembre 2000, anno in cui iniziò la seconda Intifada in seguito all’irruzione di Ariel Sharon e di altri militari sulla spianata delle moschee.

Alcuni paragrafi delle risoluzioni sono espliciti al riguardo e condannano con vigore “le aggressioni e le misure illegali adottate da Israele contro il ministero giordano degli Affari islamici e dei luoghi sacri e contro la libertà dei musulmani di accedere e pregare presso il luogo sacro della moschea di Al-Aqsa”. Inoltre “disapprova i continui assalti alla Moschea di Al-Aqsa condotti da parte degli estremisti israeliani e chiede a Israele, la potenza occupante, di porre in essere le necessarie misure per prevenire abusi che violano la santità e l’integrità della moschea di Al-Aqsa”.

Sono richiami forti, diretti alla parte più sensibile del cuore di Israele e a quel concetto di coesistenza culturale e religiosa che rappresenta l’essenza stessa di una pacifica convivenza fra due popoli. Certo Israele non ha, comprensibilmente, gradito la posizione dell’UNESCO, giudicandola un ostacolo ad un possibile dialogo di pace. Ma Israele deve anche capire e accettare che è la sua politica e la sua intransigenza a rendere impraticabile la strada del rispetto, della tolleranza ed infine della pace.

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