Più Europe in cantiere per farne una nuova domani

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In un mondo fuori controllo in cui tutto, o quasi, sta cambiando ad un ritmo accelerato, anche la vecchia Europa si sta mettendo in movimento, qualcosa in superficie e qualcosa sotto traccia.

Alcune svolte sono state evidenti, come nel caso dei due debiti comuni attivati dall’Unione Europea: nel 2020 per rispondere alla crisi indotta dalla pandemia e la disponibilità finanziaria per i Paesi UE di una straordinaria dotazione di 750 miliardi di euro, con l’Italia prima beneficiaria con quasi 200 miliardi e, il mese scorso, con una dotazione più contenuta, ma non meno coraggiosa trattandosi di politica estera e di sicurezza, di 90 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina invasa dalla Russia.

Un’altra importante svolta è in corso e prende avvio dalla conclusione della settimana scorsa dell’accordo con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) per dare nuovi sbocchi agli scambi commerciali europei, contrastati dai dazi americani e sotto pressione per i flussi commerciali in aumento in provenienza dalla Cina, mentre si stano perfezionando accordi simili con India ed Australia. Tutte queste iniziative portano la firma dell’Unione Europea nel suo insieme grazie anche, nel caso del sostegno all’Ucraina, alla messa ai margini di “Paesi sabotatori” come Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.

In una formazione diversa, più ampia e ancora precaria, muove in Europa la “coalizione dei volenterosi”, liberi da vincoli giuridici come il voto all’unanimità, determinati a preparare una fascia di sicurezza per l’Ucraina, non appena si arrivasse a un cessate al fuoco. Si tratta di un’aggregazione a geometria variabile dove hanno trovato naturalmente posto, con i Paesi comunitari, Paesi extra-UE come il Regno Unito e la Norvegia, ma anche Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Non si tratta di un’Alleanza comparabile né alla NATO, né all’Unione Europea, mancando l’adesione a un Trattato ratificato dai Parlamenti nazionali, ma per alcuni di essi è già un esercizio in vista di future aggregazioni istituzionali. A loro vantaggio, una maggiore libertà di margine di azione e flessibilità nelle decisioni.

Qualcosa del genere potrebbe delinearsi nel confronto duro che si annuncia con Trump per la Groenlandia, dove per ora sono andati a sgranchirsi le gambe sui ghiacci alcune simboliche presenze di militari in attesa che altri, al caldo a Bruxelles, comincino a sgranchirsi il cervello.

Ad oggi non c’è sovrapposizione di competenze istituzionali e politiche tra queste diverse realtà, ma già si potrebbero intravvedere le avvisaglie di un cantiere comune che sta provando a gettare nuove fondamenta per una futura Unione o Comunità Europea, dove i diversi attori potrebbero convergere nella difficile costruzione di un nuovo Trattato, con un semplificato assetto istituzionale che coniughi democrazia ed efficienza grazie a procedure decisionali sottratte al voto all’unanimità, con rafforzate politiche comuni per i settori che superano la reale capacità delle presunte sovranità nazionali, in materia di  politica estera e di sicurezza, politica fiscale, sociale, commerciale ed ambientale, con nuovi leader legittimati direttamente da un consenso sovranazionale e con maggiori risorse finanziarie a disposizione per consolidare la coesione sociale e politica.

Non sarà ancora domani la vigilia della felice conclusione di questo inedito cantiere, ma non è troppo presto per cominciare a mettervi mano, cominciando questa volta dalle attese dei cittadini europei, dal loro necessario consenso, aiutati dal coraggio di nuovi statisti che guardino al di là dei loro interessi politici immediati e siano capaci di raccontare la complessità dell’impresa cui si accingono. 

Molto si giocherà sul ruolo di una “pedagogia alfabetizzatrice” in grado di dare un contributo perché l’Europa, che un corpo robusto ancora ce l’ha, ritrovi presto anche un’anima.

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